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Possono esserci tante ragioni per comprare un libro. E altrettante per non comprarlo. Sembra che i giovani abbiano scoperto una ragione in più per diventare clienti delle librerie: esprimere la propria personalità, in un mondo sempre più online.

Lo sostiene Siôn Hamilton, direttore di Foyles (la catena inglese che possiede fra l’altro una delle più note librerie di Charing Cross a Londra), come riferisce un articolo del Telegraph. Secondo Hamilton c’è un segmento di pubblico «più giovane, più trendy, più vivace» che ama comprare libri e dischi “fisici” per portarsi a casa oggetti che riflettano i propri gusti culturali e musicali. E che preferisce non comprarli online, ma in libreria.

Nel caso degli acquirenti di vinili, pare che uno su due non li ascolti per almeno un mese dall’acquisto e che sette su cento addirittura non possiedano un giradischi. Secondo Hamilton c’è un’analoga percentuale di consumatori che compra libri ma non li legge. «Il problema della digitalizzazione è che se invito degli amici a cena e metto della musica di sottofondo, i miei ospiti possono farsi un’idea dei mei gusti solo in base a quella musica. Se voglio esprimere la mia personalità questo non basta. Devo mettere qualcosa di tangibile in bella vista sugli scaffali della mia libreria. Ecco perché gli oggetti fisici tornano a essere importanti. D’altra parte che problema c’è? Un giorno o l’altro capiterà di ascoltare quel disco o di prendere in mano quel libro e leggerlo».

In vari paesi (anche in Italia) le ultime statistiche sulla vendita dei libri mostrano segnali di crescita. Mentre gli ebook restano al palo.

«C’è stato un momento in cui comprare libri era un po’ come mangiar sano» dice Hamilton. «Tutti sapevano che il cibo sano è molto meglio, ma il fast food è molto più comodo e più veloce. Oggi si sta tornando a un’alimentazione più sana. E si ricomincia a entrare in libreria».

Winston Churchill primo ministro 1940-1945

Nell’agosto del 1940 l’aviazione tedesca bombardava le coste e i porti inglesi. Hitler si preparava a invadere l’isola. Winston Churchill, da tre mesi in carica come primo ministro britannico, guidava un Paese messo a dura prova dall’aggressione aerea nazista. Proprio in quei giorni, Churchill indirizzava ai ministri del suo gabinetto di guerra un documento singolare di una pagina, intitolato Brevity, raccomandando la massima concisione nei documenti ufficiali. La lettera di Churchill è un piccolo capolavoro, che dimostra come la proprietà di linguaggio e la sintesi possano essere, in determinate circostanze, davvero vitali.

BREVITY.

Memorandum del Primo Ministro.

Nel nostro lavoro, tutti noi dobbiamo leggere un gran numero di documenti. Quasi tutti sono decisamente troppo lunghi. Questo ci fa perdere tempo, e ci costringe a impiegare energie per cercare i punti essenziali.

Invito i miei colleghi e i loro staff a fare in modo che i loro Rapporti siano più corti.

  1. Sarebbe auspicabile che i punti principali di un Rapporto fossero esposti sotto forma di una serie di paragrafi brevi e concisi.
  2. Se un Rapporto deve essere accompagnato da statistiche o da dettagliate analisi di fattori complessi, è bene che queste siano esposte in un’Appendice.
  3. In molte circostanze è più opportuno non presentare un Rapporto completo, ma un aide-memoire fatto di semplici punti, che si possono poi spiegare a voce se necessario.
  4. Finiamola con frasi come queste: «È altresì importante tenere a mente le seguenti considerazioni…» o «È opportuno considerare la possibilità di mettere in atto…». Per lo più queste espressioni fumose servono solo a condire il discorso e si possono tralasciare del tutto o sostituire con singole parole. Non rinunciamo a usare frasi più brevi e più espressive, anche se colloquiali.

Un Rapporto redatto in base ai criteri che propongo sulle prime può sembrare grezzo, se paragonato alla superficie levigata del gergo burocratico. Ma il risparmio di tempo sarà enorme, e l’esercizio di disciplina necessario per esporre i punti più importanti in modo conciso si rivelerà utilissimo per acquisire maggior chiarezza di pensiero.

W.S.C.

10, Downing Street.

9 agosto 1949

(articolo pubblicato su Executive Summary)

umberto eco

Di tutti i libri che ho letto di Eco e che si ricordano in queste ore, quello che ho nel cuore e che mi ha sempre accompagnato è Come si fa una tesi di laurea. Perché con quella sua veste semplice, da manualetto pratico per laureandi, è sempre stato il libro segreto di tutti quelli che avevano il sogno di partecipare in qualche modo a questo grande gioco che è scrivere, leggere, fare ricerca, pubblicare. In mezzo a consigli pratici che hanno confortato generazioni di ricercatori e di redattori, c’era il senso profondo di cosucce come l’umiltà scientifica, la serietà che non diventa seriosità, l’originalità della ricerca, la precisione della scrittura, il controllo delle fonti… Ma ci si respirava anche tutto il gusto, il divertimento, la curiosità, la sfida, la pura soddisfazione di mettere in moto il “metabolismo intellettuale”. Grazie, professore.

Mo Riza, On the platform, reading, CC/Flickr

Le tecniche di lettura veloce spesso fanno più danni alla lettura di quanti ne risolvano (famosa la battuta di Woody Allen: «Ho fatto un corso di lettura veloce. Ho letto Guerra e pace. Parla della Russia»). Però l’esigenza o la voglia di leggere tanti libri in poco tempo rimane. Leggere tanto è gratificante, arricchisce e può aprire delle porte, ma ha il suo prezzo.

Sulla Harvard Business Review Peter Bregman, autore di un podcast che lo porta a leggere un libro alla settimana per intervistare gli autori, illustra un metodo per leggere un libro di saggistica in una o due ore, anziché le canoniche sei-otto. In realtà è un sistema empirico ben noto a chiunque legga per lavoro e sia abituato a “interrogare” velocemente i libri, ma Bregman lo spiega bene e vale la pena riportarlo.

Il segreto è semplice: i libri di saggistica non vanno letti, vanno capiti. Gli autori di narrativa ci chiamano a entrare nel loro mondo. Invece un libro di saggistica (almeno sui temi che possono in qualche modo ispirare l’azione dei business leader) esprime una tesi e ci invita a trarne una lezione. Si tratta di capire quale.

Ecco il metodo di Bregman:

  1. Partite dall’autore. Chi ha scritto il libro? Leggete il suo profilo. Se riuscite a trovare online un articolo o un’intervista che lo riguarda, datele una scorsa. Vi aiuterà a capire chi è la persona che ha scritto ciò che state per leggere, qual è il suo punto di vista e che pregiudizi potrebbe avere.
  2. Leggete il titolo, il sottotitolo, i risvolti di copertina e l’indice. Di che cosa parla il libro? Come sviluppa la sua tesi? A questo punto probabilmente sarete già in grado di raccontare l’argomento di fondo del libro a qualcuno che non lo ha letto.
  3. Leggete l’introduzione e la conclusione. L’autore in genere sostiene la sua tesi all’inizio e alla fine. Leggete queste due sezioni parola per parola, ma in fretta. Vi farete un’idea di dove l’autore vuole andare a parare, capirete come intende arrivarci (introduzione) e qual è il messaggio che spera vi portiate a casa leggendo il libro (conclusioni).
  4. Scorrete i capitoli. Leggete il titolo e i primi paragrafi o le prime pagine di ogni capitolo per capire qual è la sua funzione nell’economia del libro. Poi saltate ai titoli dei paragrafi e dei sotto-paragrafi (se ci sono) per farvi un’idea di come procede il discorso. Leggete la prima e l’ultima frase di ogni paragrafo. Se capite il significato, andate avanti. Altrimenti leggete l’intero paragrafo. Non appena vi siete fatti un’idea del capitolo, potrete anche saltare intere pagine, se vi sembrano ripetitive.
  5. Quando avete finito il libro, rileggete l’indice e cercate di fissarlo nella memoria. Prendetevi qualche minuto per ripercorrere lo svolgimento del libro, le tesi prese in esame, le storie che ricordate, il viaggio che avete fatto in compagnia dell’autore.

(continua a leggere su Executive Summary

Librerie il bello dell'usato

Nell’era di Amazon sembra siano vive e vegete, anzi in crescita, le librerie dell’usato: lo sostiene un’inchiesta del Washington Post (che tra parentesi è di proprietà di Jeff Bezos, fondatore e Ceo di Amazon). Non sembrano esserci dati specifici sul fenomeno, ma la tendenza è nell’aria e, secondo il Post, coincide con vari fattori. Da un lato c’è la forte sofferenza delle librerie “normali”. Tra catene in crisi e librerie indipendenti che chiudono, ci sono città nelle quali le librerie dell’usato sono di fatto gli unici negozi di libri rimasti. E a chi ama la lettura entrare in un negozio di libri fa sempre piacere: una libreria è comunque un centro di attrazione culturale, al pari di un teatro o di un museo. Tanto più, ed è il secondo elemento, in un momento in cui rallentano le vendite degli ebook e il pendolo sembra riprendere a oscillare verso la carta stampata, se è vero che persino i nativi digitali non disdegnano affatto di leggere un libro “tradizionale”.

A spingere l’offerta, invece, sembra essere soprattutto il downsizing cui molti baby boomers stanno adeguando le proprie abitudini. Privarsi dei propri libri dispiace, ma può essere una soluzione obbligata quando si deve abbassare il proprio tenore di vita, così come in caso di divorzio, di dislocazione in un’altra città o di decesso (cioè le 4 ‘D’ che fanno venire a galla i libri usati).

Fra aumento della domanda e maggiore disponibilità di libri, quindi, le librerie dell’usato vanno a gonfie vele. Possono battere Amazon sui prezzi e nello stesso tempo offrire un assortimento più imprevedibile, il che trasforma la visita in negozio in un’occasione di risparmio e nello stesso tempo di scoperta a caccia di rarità. E hanno margini migliori, tanto che parecchie librerie indipendenti stanno aprendo un settore di libri usati.

Può darsi ci sia anche un altro fattore, oltre a quelli analizzati dal Washington Post, a spingere le librerie dell’usato (che in effetti non mancano anche da noi). Se il ciclo di vita delle novità si accorcia sempre di più, e dopo una fugace apparizione un libro tende a sparire dagli scaffali e dai cataloghi (a meno che non sia un best seller), diventa sempre più facile che ci siano buoni libri ancora discretamente richiesti ma già finiti fuori catalogo. Anche la coda lunga di Amazon si rivela corta se un titolo non è più in assortimento. Le dinamiche e i tempi della lettura o della ricerca sono in molti casi sfasati rispetto a quelli del mercato, rendendo impossibile consultare titoli magari di pochi anni fa, ma già dichiarati defunti. Anche a questo può servire l’usato.

i libri stanno diventando piu lunghi

I libri stanno diventando sempre più lunghi? Così sembrerebbe, stando a una ricerca di cui ha riferito in questi giorni il Guardian, condotta su più di 2500 libri apparsi in importanti classifiche (tra cui quella del New York Times e quella dei libri più ricercati su Google). Il numero di pagine medio sarebbe cresciuto del 25% negli ultimi 15 anni, passando dalle 320 pagine del 1999 alle 400 del 2014.

La tendenza non riguarda solo i libri americani e sembra trovare conferma in Gran Bretagna, confrontando i libri finalisti del Booker prize. Negli ultimi cinque anni i titoli premiati con questo riconoscimento avevano una lunghezza media di 520 pagine, contro una media di 300 negli anni precedenti. Il vincitore di quest’anno ne ha ben 700.

Secondo James Finlayson di Verve Search (che ha condotto la ricerca per conto di un editore digitale, Flipsnack), la crescita è dovuta principalmente allo spostamento dell’editoria verso il digitale. «In libreria, un libro molto lungo può incutere soggezione», spiega Finlayson al Guardian, «mentre su Amazon il numero di pagine è solo un’informazione scritta in piccolo, cui non si presta mai troppa attenzione». Anche la diffusione degli ebook reader avrebbe influito: portarsi dietro un libro voluminoso è scomodo, mentre averlo caricato nel Kindle non fa differenza.

Gli addetti ai lavori dell’editoria tendono invece a dare spiegazioni di tipo culturale. «Si parla tanto di morte del libro», dice l’agente letteraria Clare Alexander, «ma chi ama davvero leggere preferisce immergersi in una lettura lunga, proprio l’opposto dei frammenti di informazione che passiamo il tempo a scaricare da Google».

Anche Max Porter, editor di Granta, è convinto che il digitale non c’entri niente. Fra l’altro, dice, alcuni studi dimostrano che quattro ebook su dieci acquistati non vengono mai nemmeno iniziati, e in alcuni casi solo due su dieci vengono terminati (queste cose però succedono anche con i libri di carta). Secondo Porter l’aumento medio della foliazione è una scelta con la quale il romanzo contemporaneo riafferma la sua identità: «Questi romanzi hanno deciso di concedersi il lusso di essere lunghi e voluminosi, di chiedere al lettore di sedersi in poltrona, di spegnere il telefono e di dedicare loro un certo tempo».

Il fenomeno, però, potrebbe anche essere dettato da scelte commerciali più che letterarie. Il pubblico ha sempre premiato la percezione di value for money che accompagna i libri di una certa lunghezza. Come osserva Alex Bower, editor di Jonathan Cape, i libri di alto profilo tendono effettivamente a essere un po’ più lunghi. Ma i best-seller più commerciali forse sono semplicemente un po’ gonfiati.

In Italia, mercato meno florido di quello anglosassone, la lotta contro i costi di produzione tende tradizionalmente a spingere gli editori (specialmente piccoli e medi) a contenere il numero di pagine anziché aumentarlo. Guarda caso, però, il romanzo dell’anno, Storia della bambina perduta di Elena Ferrante, unico libro italiano fra i dieci migliori del 2015 secondo il New York Times, ha 450 pagine (e in edizione americana anche qualcuna in più). La foliazione media dei libri in cinquina all’ultimo Campiello è “solo” di 274 pagine, contro le 200 dei cinque finalisti di quindici anni fa. E il vincitore dello Strega 2015, La ferocia di Nicola Lagioia, ha 424 pagine, contro le 332 del vincitore del 2000. Sarà forse solo una coincidenza, ma siamo molto vicini alla differenza di 80 pagine riscontrata dalla ricerca americana.

Szymborska 1954

Wisława Szymborska (1923-2012), poetessa e saggista polacca, premiata con il Nobel per la letteratura nel 1996, ha scritto una poesia intitolata Scrivere un curriculum, in italiano contenuta nella raccolta Vista con granello di sabbia, tradotta da Pietro Marchesani. Szymborska è un po’ più nota in Italia da quando, poco dopo la sua morte, lo scrittore Roberto Saviano ha letto alcune sue poesie (fra cui questa) in un noto programma televisivo.

«È una poetessa che rimette al mondo le parole», ha detto di lei Saviano, «le rigenera, le ricostruisce». Szymborska affronta i più grandi temi con la lingua della semplicità e del quotidiano. Ha il dono dell’ironia, dell’arguzia e del paradosso. La sua poesia sul curriculum ovviamente non è uno dei tanti consigli per scrivere un buon curriculum. Però viene voglia di leggerla come se aprisse uno squarcio sul rovescio di quei consigli.

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Nessun manuale di stile ha mai messo in pratica il consiglio di essere concisi meglio di quanto abbia fatto David Ogilvy, il padre della pubblicità moderna, che il 7 settembre 1982 inviò ai suoi collaboratori un promemoria di duecento parole scarse intitolato “How to Write” (Come scrivere). La nota era diretta a tutti i dipendenti di Ogilvy & Mather, la famosa agenzia pubblicitaria fondata da Ogilvy più di trent’anni prima. È reperibile nel libro The Unpublished David Ogilvy: A Selection of His Writings from the Files of His Partners ed è riproposta dal sito Lists of Note. Il libro citato al primo punto è Writing That Works: How to Communicate Effectively in Business, di Kenneth Roman e Joel Raphaelson, un classico del business writing.

Ecco la nota di Ogilvy:

Scrivete bene e farete più carriera in Ogilvy & Mather. Chi pensa bene scrive bene.

Chi ha le idee confuse scrive note confuse, lettere confuse e discorsi confusi.

(continua a leggere su Executive Summary)

 

Dal blog di Seth Godin, un post che merita di essere tradotto per intero, così com’è:

Ieri sono entrato in una libreria specializzata per bambini. Il negozio era vuoto. “Sa dove posso trovare Yertle the Turtle?” ho chiesto al commesso.

Yertle the Turtle è un famoso libro per bambini del dr. Seuss, un po’ come entrare in una libreria in Italia e chiedere il Gian Burrasca.

Il commesso è andato verso il suo computer e ha digitato qualcosa sulla tastiera. “Purtroppo non lo abbiamo. Sa per caso il nome dell’autore?”

Silenzio sbigottito.

[Ho trovato il libro da solo. Ne avevano tre copie.]

Può darsi che per quel commesso il suo lavoro sia quello di fare il bravo impiegato, controllare che la gente non rubi i libri, digitare qualcosa sulla tastiera del computer e leggere i risultati ad alta voce standosene alla cassa.

Se è così, quella libreria, e così pure tutti i negozi popolati da commessi cui è stato insegnato a comportarsi da impiegati, sono condannati.

Può darsi, invece, che il suo lavoro sia prendere a cuore personalmente le esigenze dei clienti, interessarsene, ascoltarle, occuparsene, aggiungere più valore rispetto a quello che può dare un sito internet.

In questo secondo caso, come verrebbero scelti i commessi? Che tipo di formazione riceverebbero? Quale sarebbe il segreto?

Che succede quando un capo decide di assumere, formare e trattenere solo persone che prendono a cuore le cose personalmente?

Bella domanda.

Un papà mente alla sua bambina e lei, che lo credeva il suo Superman, se ne è accorta… Eppure il finale è insospettato e strappalacrime, nel nuovo spot virale My Dad’s Story, di Metlife Hong Kong, arrivato a quasi dieci milioni di visualizzazioni su YouTube e condiviso in tutto il mondo.

In tre minuti e mezzo il commercial presenta un papà cinese che cammina con la figlia all’uscita da scuola e intanto legge il suo tema, che ascoltiamo dalla voce dalla bambina, in cui lei lo presenta dolce, bello, forte, intelligente, premuroso… Bisogna arrivare alla fine dell’acquerello per vedere la situazione cambiare improvvisamente e scoprire perché questo papà mente alla figlia, perché lei se n’è accorta e soprattutto perché, nonostante tutto, lo perdona con un abbraccio commovente.

Un bel film sui sacrifici e sull’amore dei genitori per i bambini, ben coerente alla strategia di MetLife, che lo ha usato a sostegno della campagna #DreamForMyChild che offre alle famiglie piani finanziari volti a garantire il futuro dei figli.

Sommario

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Immagini

Strasbourg 2010

Lipari 2010, Festa di San Bartolo

Dubai, 2009

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