You are currently browsing the monthly archive for settembre 2011.

Il corso delle cose Il corso delle cose

di Andrea Camilleri

Voto: 4 stelle

Ho comprato e letto con piacere questo libro, senza sapere che fosse il primo romanzo di Camilleri, scritto nel 1967-68, pubblicato in prima edizione dall’editore Lalli solo dieci anni dopo, nel 1978 (dopo i rifiuti di Mondadori, Marsilio, Bompiani, Feltrinelli e altri editori), poco o nulla distribuito e finalmente ripubblicato da Sellerio nel 1998. Un bel romanzo, ben congegnato da un Camilleri già abile a tenere insieme la suspense del poliziesco, le atmosfere siciliane à la Sciascia e gli spunti irresistibilmente ironici, a tratti tragicomici, che il corso delle cose può regalare in un piccolo paese visitato dal delitto.
Le pagine più interessanti del libro sono però la postfazione dell’autore, Mani avanti, che ripercorre la genesi del libro, la sua vicenda editoriale e anche la prima origine dell’ormai ben noto italiano intriso di termini siciliani (qui meno che in libri successivi) tipico di Camilleri.

Leggi le mie recensioni su Goodreads

Ma che stiano tornando i romanzi sul lavoro? Sul lavoro quello vero, quello che fa sudare la fronte, quello della produzione, della fabbrica? Negli ultimi mesi ne ricordo tre. Il primo è Mammut di Antonio Pennacchi (Mondadori), narrativamente di gran lunga il più solido, che però in realtà è la riproposta di un libro scritto nel 1987 e pubblicato la prima volta nel 1994, riesumato oggi in seguito alla definitiva affermazione del suo autore. Il secondo è Romanzo reale di Lauro Venturi (Este), una bella storia di fabbrica e di azienda padronale italiana. Adesso ho in mano l’ultimo libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente (Bompiani), vincitore del Premio Strega 2011, uno dei successi letterari della stagione. Nesi vi rievoca le vicende della sua azienda di famiglia, uno storico lanificio pratese, che la famiglia nel 2004 ha venduto. Prima che finisse travolto dal declino del tessile italiano di Prato assediato dai cinesi. In realtà, Nesi più che “raccontare” la storia della sua gente si limita ad evocarla a pennellate impressionistiche, o a sintetizzarla per veloci carrellate cinematografiche. E per lo più preferisce soffermarsi su Scott Fitzgerald e altri ricordi letterari, sulla Versilia dei tempi d’oro, sulla colonna sonora della storia, da Bob Dylan ai Led Zeppelin; o dar voce alla rabbia verso le scelte di politica industriale sbagliate che hanno costretto alla fine tante storie industriali italiane. Per poi mostrarsi capace di squarci narrativi pazzeschi, che danno una morsa allo stomaco, come la visita a uno dei capannoni industriali dismessi dove oggi si produce il tessile cinese “made in Italy”, o la descrizione al rallentatore di un gesto banale, insignificante, che a una pompa di benzina uscita come da un quadro di Hopper incendia e fa esplodere l’odio xenofobo. Un’occasione forse realizzata solo in parte, ma un libro comunque da leggere.

Ho visto in Romagna i nuovi quadri di Enrico Lombardi, che saranno in mostra dal 17 settembre al 16 ottobre alla Chiesa del Pio Suffragio di Bagnacavallo, e sono rimasto piacevolmente stupito. Con la sua pittura precisa, che a lui piace definire masaccesca, Lombardi indaga da più di vent’anni la forma e la struttura disincarnata di case rimaste in apparenza senza abitanti. Per le strade, sui muri dei suoi quadri si proiettano le ombre di forme di vita rimaste altrove. Dalle sue fontane scorre ininterrottamente un filo d’acqua limpida che non abbevera anima viva. Agli inizi, i suoi scorci di colline e di borghi romagnoli erano ancora riconoscibili pur nella luce straniante del sogno e dell’assenza, e qualche luce dalle finestre suggeriva la presenza di là dai muri di voci e di vite. Poi Enrico ha così trasfigurato le sue case, da portarle nel corso del tempo a sorgere dall’acqua, a volare insieme a stormi di cipressi lievi come piume, a depositarsi in equilibrio precario sui picchi aguzzi di montagne colorate come fantasie di pasticceria.
Ma questa volta, nei quadri della Pazienza dell’ombra, il pittore di case ha fatto qualcosa che non aveva mai fatto. Per la prima volta ha ancorato le sue case a un orizzonte. Un orizzonte vero, vivo, inequivocabilmente abitato, che appare improvvisamente sotto forma di una costa avvistata di notte in lontananza, al di là di un braccio di mare; una sottile linea nera frastagliata, punteggiata di luci vivide, che fanno pensare a strade, case, auto, lampioni, fari, palazzi, fuochi, finestre. Si tratta di un orizzonte ancora distante, appena avvistato da un punto di vista che è ancora al di qua: l’osservatore si trova ancora in un mondo allagato e fermo, della cui inaccessibilità palazzi e fontane si ergono a sentinelle, come giustamente le chiama Lombardi. Ma quella scura linea d’orizzonte, con le sue luci lontane, esercita il richiamo e il fascino di un approdo.
Improvvisamente, guardando questi quadri mi rendo conto che il mondo della pittura di Lombardi mi fa pensare al mondo delle idee platoniche. Enrico lo ha frequentato a lungo, ha imparato a esplorare i meandri di questa realtà disincarnata. Adesso, con percorso inverso a quello del filosofo, dal mondo delle idee è riuscito finalmente a scorgere il mondo reale, quello (platonicamente) dell’apparire. Ed è un apparire struggente. È come se Lombardi ci mostrasse il mito della caverna, ma da un punto di vista vertiginosamente diverso: da molto lontano, protetti dalle sentinelle e da invalicabili specchi d’acqua, vediamo i piccoli fuochi alla luce dei quali gli uomini osservano e scrutano, interrogandosi sgomenti, le ombre indecifrabili di forme distanti. Lombardi ce ne ha dati tanti indizi, nel suo itinerario artistico; forse nemmeno tutti consapevoli; la sua pittura è un richiamo a uscire dalla caverna, a imparare a vedere l’essenza delle cose; e adesso, dopo avere tanto contemplato quell’essenza, dopo aver provato ed evocato la più dilaniante nostalgia dell’uomo, come uno Zarathustra pronto a scendere dalla montagna, avvista l’orizzonte pulsante e caotico della vita.
C’è un punto preciso, in questi quadri, dove avviene un passaggio: un punto dove l’acqua cambia colore, dove l’acqua immobile del mondo delle sentinelle si trasforma in acqua di mare, fresca, salata, increspata dal vento, profumata, scura. E ci sono due quadri, nella serie, dove in quel punto accade un fenomeno del tutto particolare e quasi magico. Sono i due guardiani della bellezza, Custode della bellezza ritrovata e Custode della tragedia della bellezza. Le luci all’orizzonte lì si fanno più vivide, sfavillanti, sensuali; il loro richiamo diventa irresistibile; l’orizzonte da linea lontana diventa struggente nostalgia della terra. E allora, accade che le luci della terra si stendono sul mare, proiettano un fascio che crea come una passerella. E ci sembra di poterla percorrere, di poter lasciare il mondo allagato dei custodi delle forme e tornare alla terra camminando sull’acqua. È questa quella che Lombardi chiama ‘la tragedia della bellezza’? È la bellezza, di tutte le perfezioni, quella che stende un dolce velo di luce e ci invita a credere di poter attraversare a piedi l’invalicabile? O ci illude di poterlo fare?

Sommario

Scrivi il tuo indirizzo email per seguire Una superficie sempre uguale e sempre diversa. Riceverai un email ogni volta che verrà pubblicato un nuovo articolo.

Immagini

Letture

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: