Dal blog di Carlo De Benedetti su Huffington Post:

Fare l’editore di decine di testate su diverse piattaforme consente di guardare alle realtà del paese da altrettante angolazioni: quelle del quotidiano o del magazine nazionali da dove meglio si colgono le tensioni sociali, economiche e politiche generali; quelle delle redazioni locali a contatto con i problemi e le aspirazioni delle comunità, peraltro sempre meno omogenee; quelle di chi ha rapporti in tempo reale con i propri ascoltatori (le radio) e utenti (i siti web).

Inoltre, la necessità di confrontarmi con le iniziative più innovative e, soprattutto, la curiosità mi spingono spesso a guardare oltre i confini del nostro paese. Mi trovo dunque a operare localmente e a pensare globalmente: di fatto, “glocalizzo” – efficace neologismo – la mia attività quotidiana.

Sono, le mie, una condizione e una posizione privilegiate che fanno di questo lavoro uno dei più appassionanti della mia vita. Anche perché da qui seguo alcuni fenomeni editorialmente interessanti. Per esempio, noto che in alcuni mercati non italiani è vivacissima la compravendita di testate locali o addirittura iperlocali, parecchie delle quali cartacee e digitali settimanali o bisettimanali, alcune solo digitali. Ne ha rastrellate quasi un’ottantina l’oracolo di Omaha, Warren Buffett, il finanziere più accorto e fortunato degli ultimi decenni, che con la sua Berkshire Hathaway s’è via via preso il Tulsa WorldThe Press di Atlantic City, l’Omaha World-Herald, il Jackson County Floridan e tante altre. In settembre la News Corp. di Rupert Murdoch ha ceduto al Fortress Investment Group una catena di periodici locali coast-to-coast, tra cui il Cape Cod Times e il Daily Tidings di Ashland, Oregon. Pochi giorni fa lo stesso gruppo ha messo in vendita la catena di iperlocali di Brooklyn, New York, tra i quali il Courier, il Paper e il Times Ledger. Anche da questa parte dell’Atlantico assistiamo a cambi di proprietà di giornali radicati nei territori; recentemente ne è stato protagonista il primo gruppo media europeo, il tedesco Axel Springer, che ha ceduto alcuni suoi prodotti storici locali; l’editore britannico DMLW l’inverno scorso ha invece acquisito più di ottanta tra quotidiani e settimanali a pagamento e gratuiti.

Alla luce di questi fatti e dei numeri, la percezione è che l’informazione locale – non importa se stampata o digitale – non possa che continuare a “tirare”. I motivi sono semplici: è d’immediata utilità per chi vuol vivere pienamente nella propria comunità, è esclusiva, è affidabile. E valgono a Reno, Nevada, come a Mantova, bassa Lombardia. Permettetemi un riferimento al Gruppo Espresso: se sei di Pescara, Trieste, Udine o Salerno, le notizie o le inchieste più rilevanti le trovi solo sul Centro, sul Piccolo, sul Messaggero Veneto o sulla Città. Non altrove. Per questo e non per inerzia i dati di traffico dei siti dei quotidiani Finegil – Nuova SardegnaTirrenoAlto AdigeMattino di Padova, Gazzetta di Mantova etc. – nell’ultimo anno hanno registrato tassi di crescita tra i più alti.

Allargando lo sguardo, come reazione alla mondializzazione dei mercati e all’incertezza che accompagna la crisi economica vedo crescere il bisogno collettivo di ricostruire un rassicurante rapporto con il proprio territorio di riferimento. Un’informazione puntuale e certificata è una componente irrinunciabile di questo bisogno, che viene confermato dall’atto rituale mattutino dell’acquisto del giornale locale o dalla frequente lettura del sito che allo stesso giornale fa capo.

Ho infine l’impressione che i giornali regionali o pluriregionali debbano guardare al futuro con maggiore apprensione. Perché nel nostro paese, il senso d’appartenenza riguarda da sempre più i campanili che le regioni e le aree metropolitane. Perché – va detto – la dissipazione di credibilità pervicacemente perseguita dai consiglieri laziali, lombardi, piemontesi, calabresi ha accentuato il distacco dei cittadini dall’istituzione regionale. Tanto da farmi ragionare, ora, se non sia più opportuno eliminare le Regioni anziché le Province.

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