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Mo Riza, On the platform, reading, CC/Flickr

Le tecniche di lettura veloce spesso fanno più danni alla lettura di quanti ne risolvano (famosa la battuta di Woody Allen: «Ho fatto un corso di lettura veloce. Ho letto Guerra e pace. Parla della Russia»). Però l’esigenza o la voglia di leggere tanti libri in poco tempo rimane. Leggere tanto è gratificante, arricchisce e può aprire delle porte, ma ha il suo prezzo.

Sulla Harvard Business Review Peter Bregman, autore di un podcast che lo porta a leggere un libro alla settimana per intervistare gli autori, illustra un metodo per leggere un libro di saggistica in una o due ore, anziché le canoniche sei-otto. In realtà è un sistema empirico ben noto a chiunque legga per lavoro e sia abituato a “interrogare” velocemente i libri, ma Bregman lo spiega bene e vale la pena riportarlo.

Il segreto è semplice: i libri di saggistica non vanno letti, vanno capiti. Gli autori di narrativa ci chiamano a entrare nel loro mondo. Invece un libro di saggistica (almeno sui temi che possono in qualche modo ispirare l’azione dei business leader) esprime una tesi e ci invita a trarne una lezione. Si tratta di capire quale.

Ecco il metodo di Bregman:

  1. Partite dall’autore. Chi ha scritto il libro? Leggete il suo profilo. Se riuscite a trovare online un articolo o un’intervista che lo riguarda, datele una scorsa. Vi aiuterà a capire chi è la persona che ha scritto ciò che state per leggere, qual è il suo punto di vista e che pregiudizi potrebbe avere.
  2. Leggete il titolo, il sottotitolo, i risvolti di copertina e l’indice. Di che cosa parla il libro? Come sviluppa la sua tesi? A questo punto probabilmente sarete già in grado di raccontare l’argomento di fondo del libro a qualcuno che non lo ha letto.
  3. Leggete l’introduzione e la conclusione. L’autore in genere sostiene la sua tesi all’inizio e alla fine. Leggete queste due sezioni parola per parola, ma in fretta. Vi farete un’idea di dove l’autore vuole andare a parare, capirete come intende arrivarci (introduzione) e qual è il messaggio che spera vi portiate a casa leggendo il libro (conclusioni).
  4. Scorrete i capitoli. Leggete il titolo e i primi paragrafi o le prime pagine di ogni capitolo per capire qual è la sua funzione nell’economia del libro. Poi saltate ai titoli dei paragrafi e dei sotto-paragrafi (se ci sono) per farvi un’idea di come procede il discorso. Leggete la prima e l’ultima frase di ogni paragrafo. Se capite il significato, andate avanti. Altrimenti leggete l’intero paragrafo. Non appena vi siete fatti un’idea del capitolo, potrete anche saltare intere pagine, se vi sembrano ripetitive.
  5. Quando avete finito il libro, rileggete l’indice e cercate di fissarlo nella memoria. Prendetevi qualche minuto per ripercorrere lo svolgimento del libro, le tesi prese in esame, le storie che ricordate, il viaggio che avete fatto in compagnia dell’autore.

(continua a leggere su Executive Summary

Librerie il bello dell'usato

Nell’era di Amazon sembra siano vive e vegete, anzi in crescita, le librerie dell’usato: lo sostiene un’inchiesta del Washington Post (che tra parentesi è di proprietà di Jeff Bezos, fondatore e Ceo di Amazon). Non sembrano esserci dati specifici sul fenomeno, ma la tendenza è nell’aria e, secondo il Post, coincide con vari fattori. Da un lato c’è la forte sofferenza delle librerie “normali”. Tra catene in crisi e librerie indipendenti che chiudono, ci sono città nelle quali le librerie dell’usato sono di fatto gli unici negozi di libri rimasti. E a chi ama la lettura entrare in un negozio di libri fa sempre piacere: una libreria è comunque un centro di attrazione culturale, al pari di un teatro o di un museo. Tanto più, ed è il secondo elemento, in un momento in cui rallentano le vendite degli ebook e il pendolo sembra riprendere a oscillare verso la carta stampata, se è vero che persino i nativi digitali non disdegnano affatto di leggere un libro “tradizionale”.

A spingere l’offerta, invece, sembra essere soprattutto il downsizing cui molti baby boomers stanno adeguando le proprie abitudini. Privarsi dei propri libri dispiace, ma può essere una soluzione obbligata quando si deve abbassare il proprio tenore di vita, così come in caso di divorzio, di dislocazione in un’altra città o di decesso (cioè le 4 ‘D’ che fanno venire a galla i libri usati).

Fra aumento della domanda e maggiore disponibilità di libri, quindi, le librerie dell’usato vanno a gonfie vele. Possono battere Amazon sui prezzi e nello stesso tempo offrire un assortimento più imprevedibile, il che trasforma la visita in negozio in un’occasione di risparmio e nello stesso tempo di scoperta a caccia di rarità. E hanno margini migliori, tanto che parecchie librerie indipendenti stanno aprendo un settore di libri usati.

Può darsi ci sia anche un altro fattore, oltre a quelli analizzati dal Washington Post, a spingere le librerie dell’usato (che in effetti non mancano anche da noi). Se il ciclo di vita delle novità si accorcia sempre di più, e dopo una fugace apparizione un libro tende a sparire dagli scaffali e dai cataloghi (a meno che non sia un best seller), diventa sempre più facile che ci siano buoni libri ancora discretamente richiesti ma già finiti fuori catalogo. Anche la coda lunga di Amazon si rivela corta se un titolo non è più in assortimento. Le dinamiche e i tempi della lettura o della ricerca sono in molti casi sfasati rispetto a quelli del mercato, rendendo impossibile consultare titoli magari di pochi anni fa, ma già dichiarati defunti. Anche a questo può servire l’usato.

i libri stanno diventando piu lunghi

I libri stanno diventando sempre più lunghi? Così sembrerebbe, stando a una ricerca di cui ha riferito in questi giorni il Guardian, condotta su più di 2500 libri apparsi in importanti classifiche (tra cui quella del New York Times e quella dei libri più ricercati su Google). Il numero di pagine medio sarebbe cresciuto del 25% negli ultimi 15 anni, passando dalle 320 pagine del 1999 alle 400 del 2014.

La tendenza non riguarda solo i libri americani e sembra trovare conferma in Gran Bretagna, confrontando i libri finalisti del Booker prize. Negli ultimi cinque anni i titoli premiati con questo riconoscimento avevano una lunghezza media di 520 pagine, contro una media di 300 negli anni precedenti. Il vincitore di quest’anno ne ha ben 700.

Secondo James Finlayson di Verve Search (che ha condotto la ricerca per conto di un editore digitale, Flipsnack), la crescita è dovuta principalmente allo spostamento dell’editoria verso il digitale. «In libreria, un libro molto lungo può incutere soggezione», spiega Finlayson al Guardian, «mentre su Amazon il numero di pagine è solo un’informazione scritta in piccolo, cui non si presta mai troppa attenzione». Anche la diffusione degli ebook reader avrebbe influito: portarsi dietro un libro voluminoso è scomodo, mentre averlo caricato nel Kindle non fa differenza.

Gli addetti ai lavori dell’editoria tendono invece a dare spiegazioni di tipo culturale. «Si parla tanto di morte del libro», dice l’agente letteraria Clare Alexander, «ma chi ama davvero leggere preferisce immergersi in una lettura lunga, proprio l’opposto dei frammenti di informazione che passiamo il tempo a scaricare da Google».

Anche Max Porter, editor di Granta, è convinto che il digitale non c’entri niente. Fra l’altro, dice, alcuni studi dimostrano che quattro ebook su dieci acquistati non vengono mai nemmeno iniziati, e in alcuni casi solo due su dieci vengono terminati (queste cose però succedono anche con i libri di carta). Secondo Porter l’aumento medio della foliazione è una scelta con la quale il romanzo contemporaneo riafferma la sua identità: «Questi romanzi hanno deciso di concedersi il lusso di essere lunghi e voluminosi, di chiedere al lettore di sedersi in poltrona, di spegnere il telefono e di dedicare loro un certo tempo».

Il fenomeno, però, potrebbe anche essere dettato da scelte commerciali più che letterarie. Il pubblico ha sempre premiato la percezione di value for money che accompagna i libri di una certa lunghezza. Come osserva Alex Bower, editor di Jonathan Cape, i libri di alto profilo tendono effettivamente a essere un po’ più lunghi. Ma i best-seller più commerciali forse sono semplicemente un po’ gonfiati.

In Italia, mercato meno florido di quello anglosassone, la lotta contro i costi di produzione tende tradizionalmente a spingere gli editori (specialmente piccoli e medi) a contenere il numero di pagine anziché aumentarlo. Guarda caso, però, il romanzo dell’anno, Storia della bambina perduta di Elena Ferrante, unico libro italiano fra i dieci migliori del 2015 secondo il New York Times, ha 450 pagine (e in edizione americana anche qualcuna in più). La foliazione media dei libri in cinquina all’ultimo Campiello è “solo” di 274 pagine, contro le 200 dei cinque finalisti di quindici anni fa. E il vincitore dello Strega 2015, La ferocia di Nicola Lagioia, ha 424 pagine, contro le 332 del vincitore del 2000. Sarà forse solo una coincidenza, ma siamo molto vicini alla differenza di 80 pagine riscontrata dalla ricerca americana.

Oliver Sacks

Su la Repubblica è uscito nei giorni scorsi un articolo molto interessante di Oliver Sacks sul libro e la lettura. Il ragionamento del neurologo inglese parte dalle sue fatiche nella lettura, causate dai problemi di vista, e dalla difficoltà di reperire libri a grandi caratteri (tema tradizionalmente sottovalutatissimo dall’editoria, in genere ossessionata dal riuscire a stipare più caratteri in una pagina per vendere più parole a minor costo). E spiega che la lettura è un’attività che ha modalità fortemente individuali, e può giovarsi dell’esistenza di libri in molteplici formati, adatti alle varie esigenze. Il che pare banale, se non fossimo ancora molto indietro nel lavoro di analisi delle abitudini di lettura, per poi studiare formati editoriali congeniali alle varie preferenze, e ancora eterodiretti da semplificazioni poco o per nulla utili, quali l’epico scontro fra entusiasti digitali vs. nostalgici del fruscio della carta: lo stesso Sacks, in realtà, non sembra affatto farsi paladino del «profumo del libro di carta», ma semmai della molteplicità dei formati. «Gli scritti dovrebbero essere accessibili nel maggior numero di formati possibili» scrive alla fine dell’articolo. «George Bernard Shaw chiamava i libri la memoria della razza. Non dobbiamo consentire la scomparsa di nessuna forma di libro, perché siamo tutti individui, con esigenze e preferenze fortemente individualizzate: preferenze radicate nei nostri cervelli a ogni livello, con i nostri modelli neurali e le nostre reti neurali individuali che creano un dialogo profondamente personale fra autore e lettore». Ecco di seguito l’articolo di Sacks.

La resistenza del libro che profuma di carta

di Oliver Sacks (da la Repubblica, 27 dicembre 2012)

È appena uscito un mio libro, ma non riesco a leggerlo perché, come milioni di persone, ho dei disturbi alla vista. Devo usare una lente di ingrandimento ed è una procedura lenta e macchinosa, perché il campo visivo è ristretto e non posso vedere una riga intera in un colpo solo, per non parlare di un intero capoverso. Quello di cui avrei davvero bisogno è un’edizione a grandi caratteri, che possa leggere (a letto o in bagno, che è dove leggo di solito) come qualsiasi altro libro. Alcuni dei miei libri precedenti sono disponibili in questo formato, e mi è preziosissimo quando devo fare una lettura pubblica. Ora mi dicono che una versione stampata a grandi caratteri non è “necessaria”: ci sono i libri elettronici, che ti consentono di ingrandire a piacimento la dimensione dei caratteri.

Ma io non voglio un Kindle, o un Nook, o un iPad, tutta roba che potrebbe cadermi in bagno o rompersi, e ha comandi che per vederli mi servirebbe la lente di ingrandimento. Voglio un libro vero, fatto di carta stampata: un libro che abbia un peso, che odori di libro, come sono stati i libri negli ultimi cinque secoli e mezzo.

Voglio un libro che possa infilarmi in tasca o tenere insieme ai suoi confratelli sugli scaffali della mia libreria, riscoprendolo per caso perché mi ci cade l’occhio sopra. Quando ero ragazzo, alcuni dei miei parenti anziani, e anche un cugino giovane che vedeva male, usavano le lenti di ingrandimento per leggere. L’introduzione di libri a grandi caratteri, negli anni Sessanta, fu una manna dal cielo per loro e per tutti i lettori ipovedenti. Spuntarono fuori case editrici specializzate in edizioni a grandi caratteri per biblioteche, scuole e singoli lettori, e nelle librerie o nelle biblioteche trovavi sempre qualche libro del genere.

Nel gennaio del 2006, quando cominciai ad avere problemi alla vista, mi chiedevo come avrei fatto. C’erano gli audiolibri  –  qualcuno ne avevo registrato io stesso  –  ma io sono essenzialmente un lettore, non un ascoltatore. Sono un lettore incallito da quando ho memoria: spesso conservo nella mia mente quasi automaticamente numeri di pagina o l’aspetto dei capoversi e delle pagine, e sono in grado di trovare all’istante un certo passaggio in quasi tutti i miei libri. Io voglio libri che mi appartengano, libri la cui impaginazione intima mi diventi cara e familiare. Il mio cervello è tarato sulla lettura e quello che mi serve sono sicuramente i libri a grandi caratteri.

Ma oggi trovare testi di qualità in questo formato in una libreria è un’impresa. L’ho scoperto di recente quando sono andato da Strand, la libreria newyorchese famosa per i suoi chilometri di scaffali, dove mi rifornisco da mezzo secolo. Avevano una sezione (piccola) dedicata ai libri a grandi caratteri, ma era occupata prevalentemente da manuali e romanzi spazzatura. Nessuna raccolta di poesie, nessuna opera teatrale, nessuna biografia, nessun saggio scientifico. Niente Dickens, niente Jane Austen, nessuno dei classici; niente Bellows, niente Roth, niente Sontag. Sono uscito frustrato, e furioso: gli editori pensano forse che chi ha disturbi alla vista abbia anche disturbi al cervello?

Leggere è un compito enormemente complesso, che richiede l’intervento di varie parti del cervello, ma non è un’abilità che gli esseri umani hanno acquisito attraverso l’evoluzione (a differenza del parlare, che è in buona parte una capacità innata). Leggere è uno sviluppo relativamente recente, che risale forse a cinquemila anni fa ed è regolato da una minuscola area della corteccia visiva del cervello. Quella che oggi chiamiamo “area per la forma visiva delle parole” fa parte di una regione corticale che si è evoluta per riconoscere forme elementari in natura, ma che può essere riadattata al riconoscimento di lettere o parole. Questa forma elementare, o riconoscimento di lettere, è solo il primo passo.

Da questa area per la forma visiva delle parole bisogna creare connessioni bidirezionali a molte altre parti del cervello (tra cui quelle che sovrintendono alla grammatica, ai ricordi, alle associazioni e alle sensazioni) perché le lettere e le parole acquisiscano i loro significati specifici per noi. Ognuno di noi forma percorsi neurali unici associati alla lettura, e ognuno di noi apporta all’atto del leggere una combinazione unica non solo di ricordi ed esperienze, ma anche di modalità sensoriali. Alcune persone magari “sentono” i suoni delle parole mentre leggono (a me succede, ma solo quando leggo per piacere, non quando leggo per informazione); altri magari le visualizzano, consapevolmente o meno. Qualcuno può avere una percezione acuta dei ritmi acustici o dell’enfasi di una frase; altri sono più sensibili all’aspetto o alla forma.

(continua a leggere sul sito de la Repubblica)

MieleMiele

di Ian McEwan
Voto: 4 su 5 stelle

Molto bello il nuovo romanzo di Ian McEwan, da poco uscito (in Italia da Einaudi). A caldo, appena chiuso il libro, gli avevo dato cinque stelle. Leggerlo era stato come vedere una finale di coppa che si risolve improvvisamente negli ultimi minuti grazie alla giocata memorabile di un campione. Poi l’ho lasciato decantare, e ho ridotto le stelle a quattro. Ma non cambio opinione. Non ha l’intensità di Bambini nel tempo, o la straordinaria compattezza di Chesil Beach. E il grande interrogativo che attraversa tutta la storia – rivelare o non rivelare un aspetto di sé che all’inizio è stato taciuto, e che potrebbe incrinare il proprio rapporto con la persona che si ama? – a tratti sembra più una questione pragmatica che un dilemma morale. Però l’impianto narrativo è potente, e il finale vale il libro.
Qualcuno (anche McEwan, nell’ultimo capitolo) trova che a tratti sia un po’ lento. Forse. Ma a me piace anche il Mc Ewan che indulge in descrizioni, che partendo dai dettagli dipinge con precisione un’intera scena, un intero mondo: «Negli anni Settanta quello era cibo esotico. Ricordo ogni cosa – lo striminzito tavolo di pino con le gambe ammaccate di un blu uovo d’anatra stinto, la grande ciotola di ceramica piena di porcini viscidi, il disco di polenta che splendeva come un sole in miniatura su un piatto verde pallido con lo smalto crepato, la bottiglia di vino rosso coperta di polvere, la rucola piccante in una ciotola bianca scheggiata, e Tony che preparava il condimento in un attimo, versando olio e spremendo mezzo limone con il pugno nello stesso momento, o così pareva, in cui portava in tavola l’insalata».

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L'isola dei pirati L’isola dei pirati

di Michael Crichton
Voto: 4 su 5 stelle

Micro: A NovelMicro: A Novel

di Michael Crichton
Voto: 3 su 5 stelle

L’estate, per me, è il tempo di lasciarsi andare finalmente a letture di puro piacere. E il piacere si chiama Michael Crichton. Non più per molto, purtroppo. In questi giorni ho divorato i suoi due inediti postumi, Micro e Pirate Latitudes; difficile che ne spuntino altri. L’isola dei pirati (ma forse bisognerebbe dire dei corsari), ha suscitato nei critici e nei cultori di Crichton reazioni contrastanti, ma non lasciatevi ingannare: è godimento puro. Non è fanta-tecnologia, come quella cui Crichton ci ha nella maggior parte dei casi abituati: ma è un libro che inchioda. Non senza quel tanto di ironia, che deriva dalla straordinaria complicità che lo scrittore riesce a instaurare con il suo lettore, mentre entrambi si calano nel mondo delle guerre di corsa – lo stesso fascino che ci aveva tenuti avvinti in Timeline, ma stavolta senza trucco e senza inganno, senza scienziati e senza macchine del tempo a riportarci indietro: siamo nel Seicento e là restiamo. A trattenere il fiato, seguendo le peripezie di un corsaro astuto e spietato, nobile e ruffiano, ammaliatore di uomini e tombeur de femmes, un po’ Ulisse e un po’ James Bond nella marineria giamaicana dell’epoca. E nello stesso tempo, è un libro documentato e preciso, che non indulge mai alle fantasie cui ci ha abituato la saga dei pirati disneyani. Se ne uscirà anche un film di Steven Spielberg, come si legge e come sembra logico, sarà un film tutto da vedere. La storia è perfetta, le battute migliori sono già scritte, il cielo dei Caraibi farà il resto: tinto di rosso all’orizzonte, le pinne degli squali appena visibili sul mare, a volteggiare sopra i galeoni inabissati, carichi di storie e di tesori nascosti per sempre.

Micro, ultimo inedito crichtoniano, è una felice sorpresa anche se con qualche limite. Terminato da Richard Preston, scrittore in proprio di bestseller di divulgazione scientifica (The Hot Zone, 1994), in base a una parziale stesura e a dettagliati appunti dell’autore, è un techno-thriller con il passo dei romanzi migliori di Chrichton: da Jurassic Park o Preda (la lotta all’ultimo sangue contro un nemico che arriva da un mondo diverso) a Timeline (il difficile ritorno a casa da un’altra dimensione), lasciandosi alle spalle il ricordo dell’ultimo Crichton un po’ noioso, ideologico e didascalico di State of Fear o di Next. L’idea di base del plot è forte e sviluppata con coerenza, anche se è svelata quasi subito; il ritmo non cala (quasi) mai; la tensione e gli effetti speciali sono da grande cinema hollywoodiano; la storia è sostenuta come sempre da dettagli scientifici attentamente documentati. Se l’occasione è colta solo in parte, lo si deve a personaggi tratteggiati in modo un po’ unidimensionale, a colpi di scena a volte un po’ troppo incredibili (una ragazza inghiottita da un volatile e risputata fuori poco dopo, ancora viva), e a un paio di punti in cui l’autore (Crichton o Preston?) fa fermare un personaggio sul più bello dell’azione per darci delle spiegazioni. Ma complessivamente è un libro riuscito, costruito intorno a un’idea forte e originale. Le fantasie più ardite hanno sempre portato l’uomo, nel tentativo di affrancarsi dalla finitezza del piccolo pianeta in cui vive, a sognare di slanciarsi verso l’infinitamente grande. Ma l’infinitamente piccolo, con un po’ di immaginazione, potrebbe essere un mondo altrettanto interessante da esplorare, per liberarsi una volta per tutte dalla scarsità di risorse e di spazio sulla terra. Altre creature, però, ci hanno già pensato, e sarebbero coinquilini piuttosto scomodi.

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L’articolo di Citati sul Corriere di ieri e il dibattito di oggi mi sembrano un po’ tristi. C’è un problema, un’enorme crisi della lettura come l’abbiamo conosciuta fin qui (anche dei classici, certo), che non è affatto compensata dalle meravigliose sorti e progressive degli ebook (magari lo fosse!), e invece qui siamo fermi alle liti di bottega, all’indice giudicante sul libro del vicino, considerato indegno perché troppo popolare, alle accuse di immaturità ai lettori. Non è mai “meglio non leggere”. E non credo che il prezzo sia il principale indiziato, anche se sarei per la liberalizzazione. Oggi, comunque, andrò a leggermi un bel Faletti che ancora non ho letto.

Ma che stiano tornando i romanzi sul lavoro? Sul lavoro quello vero, quello che fa sudare la fronte, quello della produzione, della fabbrica? Negli ultimi mesi ne ricordo tre. Il primo è Mammut di Antonio Pennacchi (Mondadori), narrativamente di gran lunga il più solido, che però in realtà è la riproposta di un libro scritto nel 1987 e pubblicato la prima volta nel 1994, riesumato oggi in seguito alla definitiva affermazione del suo autore. Il secondo è Romanzo reale di Lauro Venturi (Este), una bella storia di fabbrica e di azienda padronale italiana. Adesso ho in mano l’ultimo libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente (Bompiani), vincitore del Premio Strega 2011, uno dei successi letterari della stagione. Nesi vi rievoca le vicende della sua azienda di famiglia, uno storico lanificio pratese, che la famiglia nel 2004 ha venduto. Prima che finisse travolto dal declino del tessile italiano di Prato assediato dai cinesi. In realtà, Nesi più che “raccontare” la storia della sua gente si limita ad evocarla a pennellate impressionistiche, o a sintetizzarla per veloci carrellate cinematografiche. E per lo più preferisce soffermarsi su Scott Fitzgerald e altri ricordi letterari, sulla Versilia dei tempi d’oro, sulla colonna sonora della storia, da Bob Dylan ai Led Zeppelin; o dar voce alla rabbia verso le scelte di politica industriale sbagliate che hanno costretto alla fine tante storie industriali italiane. Per poi mostrarsi capace di squarci narrativi pazzeschi, che danno una morsa allo stomaco, come la visita a uno dei capannoni industriali dismessi dove oggi si produce il tessile cinese “made in Italy”, o la descrizione al rallentatore di un gesto banale, insignificante, che a una pompa di benzina uscita come da un quadro di Hopper incendia e fa esplodere l’odio xenofobo. Un’occasione forse realizzata solo in parte, ma un libro comunque da leggere.

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