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When I Grow Up from The Academy on Vimeo.

When I Grow Up è un breve video di animazione, per grandi e piccini, che ci ricorda quanto sia importante non cessare di coltivare e perseguire i propri sogni. È l’ultima creazione di Colin Hesterly, illustratore e regista di animazione, che riesce a mantenersi in equilibrio, con gusto e delicatezza, dove sarebbe facile cadere un po’ nel mieloso. Bravo. Scoperto grazie a Workplace Psychology, che riporta anche il testo del video.

Life is an adventure filled with amazing possibilities.

How about becoming a world famous explorer?
You could be an underwater adventurer.
Maybe even a hero of the untamed wild west.
You could always travel with the circus.

So explore a world that’s waiting to be found.

And though you may fall or the going gets tough, keep pushing on because there’s a world full of mysteries for you to solve.

So fire your engines.
Gather your courage.
Let go of fear.
And dig deep inside.

Because it’s never too soon to shoot for the moon.
So chase down those dreams.

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In questi giorni mi è capitato di vedere il film Il curioso caso di Benjamin Button. Non sono un assiduo frequentatore di sale cinematografiche e di rado mi precipito a vedere l’ultimo film appena uscito. Preferisco seguire percorsi indipedenti, che somigliano ai percorsi di lettura. In fondo i buoni film non invecchiano. Così, mi è venuta poi voglia di andare a leggere il racconto omonimo, contenuto in Six Tales of the Jazz Age di Fitzgerald, da cui il film è tratto (a dir la verità molto liberamente). I due racconti, pur partendo da uno stesso spunto (la storia di un uomo il cui orologio biologico va capricciosamente all’indietro), raccontano due storie molto diverse, che poco hanno a che fare l’una con l’altra. Il film di David Fincher sembra quasi voler dare un fondamento più realistico all’intera vicenda: sullo schermo Benjamin vede la luce da neonato senescente, e non da anziano uomo fatto, come nel racconto; e da vecchio, cioè da bambino, soffre di Alzheimer nonostante le sembianze infantili. Ma soprattutto il film, a differenza del racconto, finisce per girare tutto intorno a una grande, hollywoodiana storia d’amore: quella tra due persone che si riconoscono anime gemelle al primo sguardo, anche se lei è una bambina e lui un arzillo vecchietto “diverso da tutti gli altri”, e che pur cercandosi per tutta la vita si incontrano veramente solo per un istante (ma un istante che vale un’esistenza), come due treni lanciati in direzioni opposte si incrociano per pochi attimi a metà del cammino, e poi proseguono la loro folle corsa, inesorabilmente, allontanandosi per sempre.
4O4INOPtWTfHq3dd5vYTPV0TCwaSenza alcuna indulgenza al mélo, Fitzgerald racconta invece di un uomo che incontra la sua giovane sposa da maturo benestante («preferisco sposare un uomo di cinquant’anni che si prenda cura di me», dice Hildegard, «piuttosto che uno di trenta e dovermi prendere cura di lui»); e cessa di provare attrazione per lei quando, sentendosi più giovane e rinvigorito, la vede moglie e madre quarantenne, ormai «divorata da quell’inerzia interiore che un giorno assale la vita di ciascuno di noi e non ci abbandona più fino alla fine». E non sono forse cose che succedono, anche a chi non ha l’orologio biologico invertito? Ma quello che è folgorante, nella cinica narrazione di Fitzgerald, è l’ipocrisia con cui intorno a Benjamin si cerca di negare la sua condizione, ben diversamente dall’amore incondizionato della madre adottiva nel film. Già il padre, quando è ancora piccolo, lo manda a scuola vestito da fanciullo benestante, malgrado le sue sembianze da vecchietto; e la moglie, in quella che forse è la battuta più sferzante del racconto, al vederlo ringiovanire lo apostrofa così: «I’m not going to argue with you. But there’s a right way of doing things and a wrong way. If you’ve made up your mind to be different from everybody else, I don’t suppose I can stop you, but I really don’t think it’s very considerate».
Interpretata in modo più sentimentale e calligrafico nel film, più cinico e spiazzante nella novella, la storia di Benjamin Button è una favola su come il tempo gioca e si fa beffe delle nostre vite e dei nostri progetti e dei nostri amori. È proprio vero che, come diceva Mark Twain, «è un peccato che la parte migliore della nostra vita venga all’inizio e la peggiore alla fine»? È peggio precipitare verso l’abisso della vecchiaia o trascorrere gli anni della saggezza e del ricordo imprigionati nel fisico di un ragazzino capriccioso? E come mai tante volte i bambini sono i più pronti a riconoscere il lato infantile nello sguardo di un vecchio? Il tempo ci trasforma, gioca col nostro fisico e con la nostra mente, spesso disallineando stati mentali e condizioni del corpo. E, come dice il Benjamin/Brad Pitt, niente dura.

Ho visto in Romagna i nuovi quadri di Enrico Lombardi, che saranno in mostra dal 17 settembre al 16 ottobre alla Chiesa del Pio Suffragio di Bagnacavallo, e sono rimasto piacevolmente stupito. Con la sua pittura precisa, che a lui piace definire masaccesca, Lombardi indaga da più di vent’anni la forma e la struttura disincarnata di case rimaste in apparenza senza abitanti. Per le strade, sui muri dei suoi quadri si proiettano le ombre di forme di vita rimaste altrove. Dalle sue fontane scorre ininterrottamente un filo d’acqua limpida che non abbevera anima viva. Agli inizi, i suoi scorci di colline e di borghi romagnoli erano ancora riconoscibili pur nella luce straniante del sogno e dell’assenza, e qualche luce dalle finestre suggeriva la presenza di là dai muri di voci e di vite. Poi Enrico ha così trasfigurato le sue case, da portarle nel corso del tempo a sorgere dall’acqua, a volare insieme a stormi di cipressi lievi come piume, a depositarsi in equilibrio precario sui picchi aguzzi di montagne colorate come fantasie di pasticceria.
Ma questa volta, nei quadri della Pazienza dell’ombra, il pittore di case ha fatto qualcosa che non aveva mai fatto. Per la prima volta ha ancorato le sue case a un orizzonte. Un orizzonte vero, vivo, inequivocabilmente abitato, che appare improvvisamente sotto forma di una costa avvistata di notte in lontananza, al di là di un braccio di mare; una sottile linea nera frastagliata, punteggiata di luci vivide, che fanno pensare a strade, case, auto, lampioni, fari, palazzi, fuochi, finestre. Si tratta di un orizzonte ancora distante, appena avvistato da un punto di vista che è ancora al di qua: l’osservatore si trova ancora in un mondo allagato e fermo, della cui inaccessibilità palazzi e fontane si ergono a sentinelle, come giustamente le chiama Lombardi. Ma quella scura linea d’orizzonte, con le sue luci lontane, esercita il richiamo e il fascino di un approdo.
Improvvisamente, guardando questi quadri mi rendo conto che il mondo della pittura di Lombardi mi fa pensare al mondo delle idee platoniche. Enrico lo ha frequentato a lungo, ha imparato a esplorare i meandri di questa realtà disincarnata. Adesso, con percorso inverso a quello del filosofo, dal mondo delle idee è riuscito finalmente a scorgere il mondo reale, quello (platonicamente) dell’apparire. Ed è un apparire struggente. È come se Lombardi ci mostrasse il mito della caverna, ma da un punto di vista vertiginosamente diverso: da molto lontano, protetti dalle sentinelle e da invalicabili specchi d’acqua, vediamo i piccoli fuochi alla luce dei quali gli uomini osservano e scrutano, interrogandosi sgomenti, le ombre indecifrabili di forme distanti. Lombardi ce ne ha dati tanti indizi, nel suo itinerario artistico; forse nemmeno tutti consapevoli; la sua pittura è un richiamo a uscire dalla caverna, a imparare a vedere l’essenza delle cose; e adesso, dopo avere tanto contemplato quell’essenza, dopo aver provato ed evocato la più dilaniante nostalgia dell’uomo, come uno Zarathustra pronto a scendere dalla montagna, avvista l’orizzonte pulsante e caotico della vita.
C’è un punto preciso, in questi quadri, dove avviene un passaggio: un punto dove l’acqua cambia colore, dove l’acqua immobile del mondo delle sentinelle si trasforma in acqua di mare, fresca, salata, increspata dal vento, profumata, scura. E ci sono due quadri, nella serie, dove in quel punto accade un fenomeno del tutto particolare e quasi magico. Sono i due guardiani della bellezza, Custode della bellezza ritrovata e Custode della tragedia della bellezza. Le luci all’orizzonte lì si fanno più vivide, sfavillanti, sensuali; il loro richiamo diventa irresistibile; l’orizzonte da linea lontana diventa struggente nostalgia della terra. E allora, accade che le luci della terra si stendono sul mare, proiettano un fascio che crea come una passerella. E ci sembra di poterla percorrere, di poter lasciare il mondo allagato dei custodi delle forme e tornare alla terra camminando sull’acqua. È questa quella che Lombardi chiama ‘la tragedia della bellezza’? È la bellezza, di tutte le perfezioni, quella che stende un dolce velo di luce e ci invita a credere di poter attraversare a piedi l’invalicabile? O ci illude di poterlo fare?

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