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Trovo e leggo stamattina un articolo scritto da Isaac Asimov per il New York Times cinquant’anni fa, in occasione della Fiera Mondiale di New York, in cui lo scrittore immaginava come sarebbe stato il mondo nel 2014. L’articolo è molto bello sia per le previsioni azzeccate (che sono la maggioranza) sia per quelle non azzeccate. Cinquant’anni dopo abbiamo effettivamente la domotica e l’Internet delle cose, le batterie a lunga durata e l’energia solare, i treni a levitazione magnetica e quelli senza conduttore, i televisori a schermo piatto e Skype, il seitan e la telefonia satellitare. L’umanità è effettivamente raddoppiata e con la popolazione sono aumentate le disparità e la distanza tra uomo e natura; il lavoro consiste sempre più nel controllare il funzionamento delle macchine e la psichiatria forse non è diventata la specialità medica più importante, ma una delle più importanti sì. Abbiamo mandato sonde su Marte (e qui Asimov ci ha preso) però non abbiamo ancora colonie lunari (e qui non ci ha preso). E le nostre città non sono cambiate di molto: tutte le invenzioni per limitare il traffico e rendere più efficienti gli spostamenti di persone e cose restano fantascienza. In compenso, Asimov non aveva previsto (ed è il suo buco più vistoso) l’enorme quantità di energie che abbiamo dedicato a sviluppare tecnologie, applicazioni e gadget per il divertimento. Eppure ci era andato vicino.

 

Visita alla Fiera Mondiale del 2014

di Isaac Asimov, New York Times, 16 agosto 1964 (traduzione di Ernesto Pavese).

La Fiera Mondiale di New York del 1964 è dedicata alla “Pace mediante la comprensione”.

L’avvenire, almeno secondo la prospettiva della fiera, sarà meraviglioso. La direzione verso cui l’uomo si sta muovendo è vista con vivace speranza, e in nessun luogo più che nel padiglione della General Electric, che mostra i progressi degli apparecchi elettrici e i cambiamenti che hanno portato nella vita di tutti i giorni. Mi è piaciuto enormemente e l’unica cosa che mi sia dispiaciuta è che non abbiano esteso gli scenari al futuro. Come sarà la vita, diciamo, nel 2014, a 50 anni da adesso? Che aspetto avrà la Fiera Mondiale del 2014?

Non lo so, ma posso provare a immaginarlo.

Un pensiero che mi viene in mente è che gli uomini continueranno ad allontanarsi dalla natura al fine di creare un ambiente che si adatti meglio a loro. Entro il 2014, pannelli elettroluminescenti saranno di uso comune. Soffitti e pareti splenderanno in modo soffuso, e in una varietà di colori che cambierà con la semplice pressione di un pulsante.

Le finestre, quando presenti, saranno polarizzate per bloccare la luce intensa del sole. I gradi di opacità del vetro potranno anche essere congegnati per alterarsi automaticamente a seconda dell’intensità della luce che li colpisce.

I gadget continueranno a esonerare l’uomo da lavori noiosi. Le cucine saranno progettate per preparare “autopasti”, sebbene abbia il sospetto che, anche nel 2014, sarà comunque consigliabile avere un piccolo angolo dove i pasti più particolari possano essere preparati a mano.

I robot non saranno né comuni né molto validi nel 2014, ma esisteranno. L’esposizione della I.B.M. alla fiera attuale non ha robot ma è dedicata ai computer, che sono esibiti in tutta la loro strabiliante complessità, in particolare nella funzione della traduzione dal russo all’inglese. Fra 50 anni saranno proprio simili computer, molto miniaturizzati, a servire come “cervelli” per i robot.

La General Electric, alla Fiera Mondiale del 2014, mostrerà film 3D sui suoi “Robot del Futuro”.

Gli elettrodomestici del 2014 non saranno alimentati da cavi ma da batterie a lunga durata funzionanti a radioisotopi. Gli isotopi non saranno costosi poiché saranno prodotti di scarto delle centrali a fissione nucleare che, nel 2014, soddisferanno ben oltre la metà del fabbisogno energetico dell’umanità.

Vaste centrali di energia solare saranno inoltre in funzione in un gran numero di aree desertiche e semidesertiche.

Un’esposizione alla fiera del 2014 mostrerà modelli di centrali energetiche nello spazio, che assorbiranno i raggi solari per mezzo di enormi dispositivi parabolici di messa a fuoco e irradieranno sulla Terra l’energia così raccolta.

Nel 2014 ci sarà una crescente enfasi sui mezzi di trasporto che entrano il meno possibile in contatto con la superficie stradale. Ci saranno aeromobili, ovviamente, ma anche gli spostamenti a terra saranno sempre più sospesi in aria, a trenta o sessanta centimetri dal suolo: grazie a quattro getti di aria compressa, i veicoli non entreranno più in contatto con superfici solide né liquide. Dotati di “cervelli robotici”, questi veicoli potranno inoltre essere impostati per destinazioni precise, e vi procederanno senza interferenza da parte dei riflessi lenti di un conducente umano.

Le comunicazioni diventeranno vista-suono e si potrà sia vedere che sentire la persona con la quale si sta telefonando. Lo schermo potrà essere usato non solo per vedere la persona che si chiama, ma anche per esaminare documenti e fotografie e leggere brani di libri. Grazie a satelliti sincroni, fluttuanti nello spazio, sarà possibile chiamare qualsiasi luogo sulla Terra.

Per quanto riguarda la televisione, schermi a muro avranno rimpiazzato il tradizionale apparecchio; ma faranno la loro comparsa dei cubi trasparenti che, ruotando lentamente, permetteranno una visione tridimensionale.

Si potrebbe procedere all’infinito con questa felice estrapolazione, ma non è tutto roseo.

Gli abitanti della Terra sono adesso circa 3 miliardi, e raddoppiano ogni 40 anni. Nel 2014, il crescente uso di dispositivi meccanici per la sostituzione di cuori e reni, e per la riparazione di arterie e nervi, avrà ridotto il tasso di mortalità e alzato le aspettative di vita, in alcune parti del mondo, fino all’età di 85 anni. La popolazione mondiale sarà di 6,5 miliardi di persone, e quella degli Stati Uniti di 350 milioni (contro i 191 milioni attuali).

La pressione demografica costringerà a una crescente penetrazione nelle aree desertiche e polari; avrà inoltre inizio la colonizzazione delle piattaforme continentali: abitazioni subacquee per gli appassionati di sport acquatici e, in un futuro più lontano (come verrà mostrato alla Fiera Mondiale del 2014), anche intere città edificate negli abissi marini.

L’agricoltura tradizionale terrà il passo con grande difficoltà e ci saranno “fattorie” che si concentreranno sui più efficienti micro-organismi. Prodotti a base di lievito e alghe trattate saranno disponibili in una gran varietà di sapori.

Sebbene la tecnologia continuerà a progredire, non tutta la popolazione mondiale ne beneficerà appieno. Una porzione più ampia rispetto a quella di oggi ne sarà privata e, anche se vivrà materialmente meglio di adesso, rimarrà più indietro della parte più progredita.

La situazione sarà aggravata dall’avanzamento dell’automazione. Nel mondo del 2014 rimarranno ben pochi lavori abituali che non potranno essere eseguiti meglio da una macchina che da un essere umano. L’umanità sarà quindi diventata, in gran parte, una razza di guardiani di macchine. Le scuole dovranno essere orientate in questa direzione. Non saranno solo le tecniche di insegnamento a progredire, ma cambieranno anche gli argomenti. A tutti gli studenti di scuola superiore saranno insegnati i fondamenti della tecnologia dei computer e l’aritmetica binaria.

L’umanità soffrirà fortemente della malattia della noia, un disturbo che si diffonde in modo sempre più ampio ogni anno e cresce di intensità. Questo avrà gravi conseguenze mentali, emotive e sociologiche, e oserei affermare che nel 2014 la psichiatria diverrà di gran lunga la più importante specialità medica. I pochi fortunati che potranno essere coinvolti in lavori creativi di qualsiasi tipo costituiranno la vera élite dell’umanità, poiché solo loro faranno di più che servire una macchina.

In verità, la più cupa previsione che posso fare a proposito del 2014 è che in una società dal tempo libero forzato, la parola più gloriosa del vocabolario sarà diventata lavoro!

Di metafore sportive, da Peter Drucker in poi, il management ne ha esplorate molte. Stavolta però la metafora non richiama il fruscìo del vento sulle vele mentre l’equipaggio esegue la virata all’unisono, o il muoversi dei giocatori sul campo fra schemi studiati e giocate individuali, o la concentrazione e la tenacia del maratoneta esausto all’ultimo chilometro. Marina Capizzi e Ulderico Capucci, come spunto per riflettere sul ruolo dei leader e sui nuovi modelli di governo dell’impresa, hanno proposto a quasi cinquanta numeri uno italiani il paragone con le scalate a quota ottomila. Ne è nata un’indagine approfondita, con il titolo AltaQuota, che sarà presentata il prossimo 28 settembre a Milano, in un convegno presso Assolombarda con la partecipazione di manager e imprenditori che vi hanno partecipato.
La metafora dell’alta quota chiama in causa direttamente il tema della sopravvivenza in condizioni estreme. Una metafora che si addice bene a questi tempi di interminabile crisi, e allude a un salto di qualità nel modo stesso di intendere la responsabilità di chi guida l’impresa. “Tornate vivi, tornate rimanendo amici, arrivate in cima, in questo preciso ordine di importanza” è la famosa regola d’oro di un grande alpinista, Roger Baxter-Jones. Se la metafora funziona, la prima responsabilità di un leader d’impresa oggi sembra essere quella di presidiare la sicurezza e la coesione, con la serenità e il coraggio di chi sa che la discesa è una fase, per quanto indispensabile, e occorrono visione e lungimiranza per progettare già il momento di una nuova salita. Non è poco.

(Pubblicato su Direzione del personale, 162, settembre 2012)

Esce su L’Espresso una bella e ampia intervista di Wlodek Goldkorn a Eric Hobsbawm, il grande  storico inglese, autore del Secolo breve. Il testo integrale dell’intervista viene oggi ripreso e commentato da molti siti online. Eccolo qua.

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La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell’universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace – come la descriveva Marx nel Manifesto comunista – sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all’apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un’operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell’età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.

E se per questa intervista con L’Espresso, una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l’interlocutore. “Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: “No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo”.

La crisi in corso è differente da quelle precedenti?
“Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L’impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente”.

Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?
“Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti – ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino – per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo”.

Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?
“L’Economist alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro”.

E l’innovazione?
“L’innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell’innovazione nell’ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell’economia liberale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo “la teologia del libero mercato”, la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno”.

Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l’idea che le persone forgiano il proprio destino.
“Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo”.

Cosa vuol dire?
“Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l’idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un’idea stramba. Marx non l’ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo”.

Intanto la finanza prevale. C’è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un’intuizione giusta?
“È emersa con forza un’élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell’economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte”.

Vale a dire?
“L’informazione è oggi un fattore di produzione”.

Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa…
“Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l’informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero”.

Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa.
“Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell’operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l’automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata”.

Chi è oggi il padrone? Una volta c’era la lotta di classe.
“Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l’hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto”.

È una tesi sorprendente, la può spiegare?
“Il meccanismo che sta dietro all’economia cinese è il desiderio di restaurare l’importanza di una cultura e di una civiltà. È l’opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all’urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno”.

Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?
“A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l’asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un’unità globale. E questo riguarda non solo l’economia, ma anche la più grande sfida dell’esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l’esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l’oro o il petrolio. Prendiamo l’acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell’acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico”.

C’è un rimedio?
“Sì, a patto che si capisca che l’economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l’andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni”.

Può fare qualche previsione comunque?
“È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici”.

Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato.
“Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale”.

Lo scopo dell’economia è la felicità?
“Certo”.

Intanto crescono le diseguaglianze.
“E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all’interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c’è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro”.

Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo…
“Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe”.

In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?
“Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società”.

* da L’Espresso (n.19/2012)

Che cos’è l’etica?

Conciso ma chiaro post di Michela Marzano sul valore dell’etica nella società contemporanea. Niente da aggiungere, è già praticamente detto tutto.

Ridare fiducia, rilanciare l’occupazione, stabilire nuove regole per i mercati finanziari: sono queste, secondo Amartya Sen, le cose più urgenti da fare per uscire dalla crisi. Ma l’economia deve anche saper volare alto, combattere le disuguaglianze, uscire dalla “tirannia” del Pil, pensare lo sviluppo in termini di estensione della qualità della vita e della libertà. Mentre esce anche in Italia il suo ultimo libro L’idea di giustizia, il premio Nobel indiano ha tenuto il 25 maggio una lectio magistralis su “Oltre il Pil” a Bologna, a margine della quale ha risposto alle domande della stampa.

La critica al Pil e la ricerca di strumenti più ampi di valutazione economica e sociale sono da tempo al centro del lavoro di Sen, che fa parte (insieme a Stiglitz, a Fitoussi e ad altri economisti) della Commissione incaricata da Sarkozy di elaborare una serie di proposte in materia. «Il Pil misura la produzione di beni e servizi che possiamo comprare, ma presenta tre problemi – spiega Sen -. Si concentra sui beni e non sulle persone; guarda alla totalità dei beni prodotti e non alla loro distribuzione; ci dice quello che possiamo comprare oggi ma non quello che potremo comprare in futuro.

Mettere al centro la qualità della vita delle persone (e non la mera produzione di beni) è un buon punto di partenza per andare oltre il Pil». I metodi per valutare lo standard di vita secondo l’analisi di Sen si riconducono sostanzialmente a tre: la ricchezza (il Pil), la felicità, le capacità e la libertà (approccio sostenuto da Sen). Il rapporto della Commissione Stiglitz li ha presentati tutti e tre, con la proposta di alcuni correttivi, ma Sen non nasconde le sue critiche di fondo ai primi due.

Sul primo dice: «La ricchezza da sola non ci garantisce di poter vivere la vita cui aspiriamo. Dobbiamo anche poter convertire la ricchezza in qualità di vita, e questo dipende da vari fattori personali e di contesto. La povertà è difficile da eliminare proprio perché non è solo insufficienza di reddito, ma è l’incapacità di raggiungere un livello di vita accettabile. Se una famiglia africana emigra a New York deve comprare un televisore, altrimenti i bambini non riusciranno a integrarsi fra i coetanei. Così la soglia di reddito di cui ha bisogno per uscire dalla povertà si alza. Dobbiamo concentrarci sulla libertà di fare ciò che vogliamo delle nostre vite, non sul reddito».

Anche il tema della sostenibilità andrebbe ripensato in questa chiave. «La famosa definizione di sostenibilità del rapporto Brundtland – “soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle future generazioni di soddisfare i propri” – andrebbe riformulata tenendo conto che non abbiamo solo bisogni, ma anche valori. Su molte questioni, basti pensare alla tutela delle specie in via di estinzione, le nostre scelte sono dettate da senso di responsabilità, non dai possibili impatti sul nostro standard di vita. Credo che uno sviluppo sostenibile dovrebbe tendere a preservare, e possibilmente estendere, non solo lo standard di vita, ma anche le libertà di cui godiamo oggi, senza compromettere la capacità delle future generazioni di godere delle nostre stesse libertà, o anche di libertà maggiori».

Professor Sen, come giudica l’alto livello del debito pubblico italiano e le manovre di contenimento del debito in Europa?

Rispondo in tre punti. Primo, la preoccupazione per il deficit è giusta, ma credo sia anche importante valutare razionalmente le alternative. Secondo, la percentuale del deficit dipende anche dalla crescita: è più facile fronteggiare il deficit in fasi di crescita sostenuta. In passato sia negli Usa che in Europa c’è stato un rapporto deficit/Pil anche più alto dell’attuale, ma in presenza di un’espansione economica che seguiva periodi molto difficili, come dopo la grande depressione o la seconda guerra mondiale, e non di una situazione di ristagno della crescita come l’attuale. È importante tener conto di questi fattori, perché politiche approvate in una situazione di panico possono avere ripercussioni molto negative sulla crescita dell’economia.

Terzo?

L’elemento psicologico. Un debito pubblico molto elevato può incrinare la fiducia della comunità finanziaria. Il problema della Grecia è stato aggravato dalla sfiducia dei mercati finanziari: i titoli di Stato sono diventati più difficili da vendere, le agenzie di rating li hanno classificati in alcuni casi come spazzatura, questo ha causato un aumento dei tassi di interesse e aggravato ulteriormente la crisi. Il panico può generare profezie che si autoavverano e che finiscono per giustificare il panico iniziale. Molte politiche di contenimento del deficit sembrano più rivolte ai mercati finanziari che alla situazione reale dell’economia, che è meno drammatica del panico finanziario e delle preoccupazioni che la circondano.

Come valuta l’idea di guardare non solo al rapporto del Pil con il deficit pubblico, ma anche con l’indebitamento privato delle famiglie e delle imprese?

Lo trovo giusto. Si tende a esagerare l’importanza del debito pubblico senza guardare all’indebitamento privato. Nell’economia moderna le attività industriali e commerciali prendono a prestito fondi e li restituiscono. Una situazione di panico sul debito pubblico senza alcuna attenzione all’indebitamento è fuorviante: il debito pubblico è diventato un problema così grave solo perché il mondo e le comunità finanziarie lo considerano tale. Basti pensare che i governi sono le uniche entità che hanno il diritto sovrano di creare fondi, quindi forse potremmo preoccuparci un po’ meno dell’indebitamento nazionale.

Lei ha espresso ottimismo su un possibile miglioramento dell’economia all’inizio del prossimo anno, lo conferma?

Sì, perché la crisi è stata generata da politiche economiche miopi, dall’eliminazione di troppi strumenti di regolazione e di controllo, (specie degli Usa), con l’effetto di liberalizzare settori, come quello assicurativo, dove la speculazione era molto presente. Questo ha creato una situazione di instabilità. Credo quindi che ci siano possibilità di ripresa legate a scelte più oculate in questa direzione. Un buon esempio viene dall’economia americana. All’inizio gli Usa hanno dovuto ricostruire la fiducia attraverso un grosso pacchetto di stimoli. Ora sono necessarie misure per l’occupazione: ma stiamo andando nella direzione giusta, e per questo guardo alla situazione con ottimismo.

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