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Winston Churchill primo ministro 1940-1945

Nell’agosto del 1940 l’aviazione tedesca bombardava le coste e i porti inglesi. Hitler si preparava a invadere l’isola. Winston Churchill, da tre mesi in carica come primo ministro britannico, guidava un Paese messo a dura prova dall’aggressione aerea nazista. Proprio in quei giorni, Churchill indirizzava ai ministri del suo gabinetto di guerra un documento singolare di una pagina, intitolato Brevity, raccomandando la massima concisione nei documenti ufficiali. La lettera di Churchill è un piccolo capolavoro, che dimostra come la proprietà di linguaggio e la sintesi possano essere, in determinate circostanze, davvero vitali.

BREVITY.

Memorandum del Primo Ministro.

Nel nostro lavoro, tutti noi dobbiamo leggere un gran numero di documenti. Quasi tutti sono decisamente troppo lunghi. Questo ci fa perdere tempo, e ci costringe a impiegare energie per cercare i punti essenziali.

Invito i miei colleghi e i loro staff a fare in modo che i loro Rapporti siano più corti.

  1. Sarebbe auspicabile che i punti principali di un Rapporto fossero esposti sotto forma di una serie di paragrafi brevi e concisi.
  2. Se un Rapporto deve essere accompagnato da statistiche o da dettagliate analisi di fattori complessi, è bene che queste siano esposte in un’Appendice.
  3. In molte circostanze è più opportuno non presentare un Rapporto completo, ma un aide-memoire fatto di semplici punti, che si possono poi spiegare a voce se necessario.
  4. Finiamola con frasi come queste: «È altresì importante tenere a mente le seguenti considerazioni…» o «È opportuno considerare la possibilità di mettere in atto…». Per lo più queste espressioni fumose servono solo a condire il discorso e si possono tralasciare del tutto o sostituire con singole parole. Non rinunciamo a usare frasi più brevi e più espressive, anche se colloquiali.

Un Rapporto redatto in base ai criteri che propongo sulle prime può sembrare grezzo, se paragonato alla superficie levigata del gergo burocratico. Ma il risparmio di tempo sarà enorme, e l’esercizio di disciplina necessario per esporre i punti più importanti in modo conciso si rivelerà utilissimo per acquisire maggior chiarezza di pensiero.

W.S.C.

10, Downing Street.

9 agosto 1949

(articolo pubblicato su Executive Summary)

umberto eco

Di tutti i libri che ho letto di Eco e che si ricordano in queste ore, quello che ho nel cuore e che mi ha sempre accompagnato è Come si fa una tesi di laurea. Perché con quella sua veste semplice, da manualetto pratico per laureandi, è sempre stato il libro segreto di tutti quelli che avevano il sogno di partecipare in qualche modo a questo grande gioco che è scrivere, leggere, fare ricerca, pubblicare. In mezzo a consigli pratici che hanno confortato generazioni di ricercatori e di redattori, c’era il senso profondo di cosucce come l’umiltà scientifica, la serietà che non diventa seriosità, l’originalità della ricerca, la precisione della scrittura, il controllo delle fonti… Ma ci si respirava anche tutto il gusto, il divertimento, la curiosità, la sfida, la pura soddisfazione di mettere in moto il “metabolismo intellettuale”. Grazie, professore.

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Nessun manuale di stile ha mai messo in pratica il consiglio di essere concisi meglio di quanto abbia fatto David Ogilvy, il padre della pubblicità moderna, che il 7 settembre 1982 inviò ai suoi collaboratori un promemoria di duecento parole scarse intitolato “How to Write” (Come scrivere). La nota era diretta a tutti i dipendenti di Ogilvy & Mather, la famosa agenzia pubblicitaria fondata da Ogilvy più di trent’anni prima. È reperibile nel libro The Unpublished David Ogilvy: A Selection of His Writings from the Files of His Partners ed è riproposta dal sito Lists of Note. Il libro citato al primo punto è Writing That Works: How to Communicate Effectively in Business, di Kenneth Roman e Joel Raphaelson, un classico del business writing.

Ecco la nota di Ogilvy:

Scrivete bene e farete più carriera in Ogilvy & Mather. Chi pensa bene scrive bene.

Chi ha le idee confuse scrive note confuse, lettere confuse e discorsi confusi.

(continua a leggere su Executive Summary)

 

Lo stesso blog in effetti che cos’è se non una forma editoriale nuova, generata dalla tecnologia e cresciuta assecondando nuove abitudini di scrittura permesse dall’avvento della rete? Nel caso migliore, la forma del blog rende disponibile in progress un lavoro di ricerca teorico-scientifica (compreso l’archivio sottostante delle schedature e della progressiva produzione di conoscenza), e consente a tutti i membri della comunità interessata di commentare via via ciò che il ricercatore va elaborando. È un processo ben noto a ogni ricercatore: la circolazione delle  nuove scoperte entro la comunità scientifica attraverso i congressi, i paper, gli articoli su riviste specializzate, i contatti informali; i commenti e le revisioni dovute a questi ultimi; i chiarimenti e i miglioramenti suggeriti dai processi di referaggio dei testi. Il blog dà una forma diversa (sotto certe condizioni altamente efficace) a questo processo, creando nel contempo un genere letterario che si mostra capace di ottenere un successo proprio.

Per lo più i salti tecnologici non offrono solo la possibilità di versare il vino vecchio in botti nuove, ma conducono all’invenzione di vino nuovo.

Ebbene sì, è una rivoluzione. Era stata annunciata dieci anni fa, ha tardato ad arrivare, ma alla fine si farà: il passaggio all’editoria digitale è cominciato a gran velocità. È un passaggio difficile da decifrare, con molte facce e anche con molti falsi miti.

È una rivoluzione tecnologica pari all’invenzione della stampa a caratteri mobili. Forse anche più importante: se non altro perché il numero di esseri umani che coinvolge è incomparabilmente maggiore. Si dice che stravolgerà il settore per le mirabolanti efficienze che consentirà. Ma l’invenzione della stampa a caratteri mobili non comportò solo un profondo riorientamento dei processi di produzione e distribuzione dei libri, una diminuzione dei tempi e dei costi di realizzazione, uno straordinario guadagno di efficienza. Cambiò completamente la storia della cultura, il modo di produrre e di leggere testi scritti. Significò la disponibilità su larga scala di testi che in precedenza erano disponibili solo ad élites, e a costi superiori. Il testo fu “disponibile”, “riproducibile”, a portata di mano; divenne “per tutti” e perse l’aura di cui godeva. Dal dominio del principio di autorità, il mondo passò all’era del pensiero critico. Il testo non fu più “compitato”, ma criticato: si smise persino di leggerlo ad alta voce, come in un rituale, e si imparò a studiarlo in silenzio per comprenderlo, analizzarlo, valutarlo.

Che cosa succederà stavolta, dopo la rivoluzione? Io ho il sospetto che il futuro non sarà degli e-books, ibrida imitazione digitale dei libri stampati. Ma che avrà una faccia molto diversa. Agli albori dell’automobile, le prime vetture parevano carrozze senza più i cavalli davanti. Poi l’automobile prese una sua forma, diversa dal calesse. Così succederà anche ai libri digitali.

Alcuni segni si intravedono già. Il testo a stampa era per natura finito. Veniva scritto, perfezionato, editato, “finito di stampare” e consegnato alla posterità in una versione perfetta e congelata. Il testo digitale è potenzialmente sempre modificabile, “opera aperta”. Il modello c’è già: è Wikipedia. Un’enciclopedia aggiornata in tempo reale.

La bibliografia di un saggio potrà essere costantemente aggiornata, anzi aggiornarsi automaticamente collegandosi con le banche dati librarie internazionali. Cliccando su una citazione sarà possibile portarsi immediatamente nel testo in questione, per consultarlo interamente. Un romanzo potrà cambiare continuamente finale, a seconda dei gusti del pubblico. Un libro potrà essere fatto di testo, di video, di immagini, magari – tra poco – di profumi o di ologrammi tridimensionali.

È difficile capire dove ci porteranno questi cambiamenti. Il tema davvero interessante, nel passaggio ai libri digitali, non è lo standard tecnologico, non è la guerra tra Kindle e iPad; è capire come cambieranno i comportamenti di chi legge – e anche quelli di chi scrive. Io credo che si tratterà di stare vicini ai cambiamenti, di usarli man mano che si presentano senza andar dietro alle mode. Di non perdere di vista il fatto che il valore è la cultura, non la tecnologia: e qui siamo tutti impegnati nella produzione e nella trasmissione della cultura. Di ricordarsi che le tecnologie sono straordinariamente utili, ma nessuna tecnologia può produrre un avanzamento della ricerca. La ricerca è una cosa terribilmente umana, e ogni suo faticoso passo avanti, per quanto possa essere aiutato dalla tecnologia, è il frutto di un duro lavoro di spremitura di cervelli, nella solitudine della propria stanza o nel fecondo ambiente di un gruppo di lavoro, ma pur sempre un gruppo di cervelli umani.

E quindi bisogna anche fare in modo che la gente non perda l’abitudine a spremersi il cervello, non pensi che la priorità sia l’ultimo gadget tecnologico e che tutto il resto venga facile.

«Tutte le “realtà” e le “fantasie” possono prendere forma solo attraverso la scrittura, nella quale esteriorità e interiorità, mondo e io, esperienza e fantasia appaiono composte della stessa materia verbale; le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima si trovano contenute in righe uniformi di caratteri minuscoli o maiuscoli, di punti, di virgole, di parentesi; pagine di segni allineati fitti fitti come granelli di sabbia rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto». 

Italo Calvino, Lezioni americane

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