Trovo e leggo stamattina un articolo scritto da Isaac Asimov per il New York Times cinquant’anni fa, in occasione della Fiera Mondiale di New York, in cui lo scrittore immaginava come sarebbe stato il mondo nel 2014. L’articolo è molto bello sia per le previsioni azzeccate (che sono la maggioranza) sia per quelle non azzeccate. Cinquant’anni dopo abbiamo effettivamente la domotica e l’Internet delle cose, le batterie a lunga durata e l’energia solare, i treni a levitazione magnetica e quelli senza conduttore, i televisori a schermo piatto e Skype, il seitan e la telefonia satellitare. L’umanità è effettivamente raddoppiata e con la popolazione sono aumentate le disparità e la distanza tra uomo e natura; il lavoro consiste sempre più nel controllare il funzionamento delle macchine e la psichiatria forse non è diventata la specialità medica più importante, ma una delle più importanti sì. Abbiamo mandato sonde su Marte (e qui Asimov ci ha preso) però non abbiamo ancora colonie lunari (e qui non ci ha preso). E le nostre città non sono cambiate di molto: tutte le invenzioni per limitare il traffico e rendere più efficienti gli spostamenti di persone e cose restano fantascienza. In compenso, Asimov non aveva previsto (ed è il suo buco più vistoso) l’enorme quantità di energie che abbiamo dedicato a sviluppare tecnologie, applicazioni e gadget per il divertimento. Eppure ci era andato vicino.

 

Visita alla Fiera Mondiale del 2014

di Isaac Asimov, New York Times, 16 agosto 1964 (traduzione di Ernesto Pavese).

La Fiera Mondiale di New York del 1964 è dedicata alla “Pace mediante la comprensione”.

L’avvenire, almeno secondo la prospettiva della fiera, sarà meraviglioso. La direzione verso cui l’uomo si sta muovendo è vista con vivace speranza, e in nessun luogo più che nel padiglione della General Electric, che mostra i progressi degli apparecchi elettrici e i cambiamenti che hanno portato nella vita di tutti i giorni. Mi è piaciuto enormemente e l’unica cosa che mi sia dispiaciuta è che non abbiano esteso gli scenari al futuro. Come sarà la vita, diciamo, nel 2014, a 50 anni da adesso? Che aspetto avrà la Fiera Mondiale del 2014?

Non lo so, ma posso provare a immaginarlo.

Un pensiero che mi viene in mente è che gli uomini continueranno ad allontanarsi dalla natura al fine di creare un ambiente che si adatti meglio a loro. Entro il 2014, pannelli elettroluminescenti saranno di uso comune. Soffitti e pareti splenderanno in modo soffuso, e in una varietà di colori che cambierà con la semplice pressione di un pulsante.

Le finestre, quando presenti, saranno polarizzate per bloccare la luce intensa del sole. I gradi di opacità del vetro potranno anche essere congegnati per alterarsi automaticamente a seconda dell’intensità della luce che li colpisce.

I gadget continueranno a esonerare l’uomo da lavori noiosi. Le cucine saranno progettate per preparare “autopasti”, sebbene abbia il sospetto che, anche nel 2014, sarà comunque consigliabile avere un piccolo angolo dove i pasti più particolari possano essere preparati a mano.

I robot non saranno né comuni né molto validi nel 2014, ma esisteranno. L’esposizione della I.B.M. alla fiera attuale non ha robot ma è dedicata ai computer, che sono esibiti in tutta la loro strabiliante complessità, in particolare nella funzione della traduzione dal russo all’inglese. Fra 50 anni saranno proprio simili computer, molto miniaturizzati, a servire come “cervelli” per i robot.

La General Electric, alla Fiera Mondiale del 2014, mostrerà film 3D sui suoi “Robot del Futuro”.

Gli elettrodomestici del 2014 non saranno alimentati da cavi ma da batterie a lunga durata funzionanti a radioisotopi. Gli isotopi non saranno costosi poiché saranno prodotti di scarto delle centrali a fissione nucleare che, nel 2014, soddisferanno ben oltre la metà del fabbisogno energetico dell’umanità.

Vaste centrali di energia solare saranno inoltre in funzione in un gran numero di aree desertiche e semidesertiche.

Un’esposizione alla fiera del 2014 mostrerà modelli di centrali energetiche nello spazio, che assorbiranno i raggi solari per mezzo di enormi dispositivi parabolici di messa a fuoco e irradieranno sulla Terra l’energia così raccolta.

Nel 2014 ci sarà una crescente enfasi sui mezzi di trasporto che entrano il meno possibile in contatto con la superficie stradale. Ci saranno aeromobili, ovviamente, ma anche gli spostamenti a terra saranno sempre più sospesi in aria, a trenta o sessanta centimetri dal suolo: grazie a quattro getti di aria compressa, i veicoli non entreranno più in contatto con superfici solide né liquide. Dotati di “cervelli robotici”, questi veicoli potranno inoltre essere impostati per destinazioni precise, e vi procederanno senza interferenza da parte dei riflessi lenti di un conducente umano.

Le comunicazioni diventeranno vista-suono e si potrà sia vedere che sentire la persona con la quale si sta telefonando. Lo schermo potrà essere usato non solo per vedere la persona che si chiama, ma anche per esaminare documenti e fotografie e leggere brani di libri. Grazie a satelliti sincroni, fluttuanti nello spazio, sarà possibile chiamare qualsiasi luogo sulla Terra.

Per quanto riguarda la televisione, schermi a muro avranno rimpiazzato il tradizionale apparecchio; ma faranno la loro comparsa dei cubi trasparenti che, ruotando lentamente, permetteranno una visione tridimensionale.

Si potrebbe procedere all’infinito con questa felice estrapolazione, ma non è tutto roseo.

Gli abitanti della Terra sono adesso circa 3 miliardi, e raddoppiano ogni 40 anni. Nel 2014, il crescente uso di dispositivi meccanici per la sostituzione di cuori e reni, e per la riparazione di arterie e nervi, avrà ridotto il tasso di mortalità e alzato le aspettative di vita, in alcune parti del mondo, fino all’età di 85 anni. La popolazione mondiale sarà di 6,5 miliardi di persone, e quella degli Stati Uniti di 350 milioni (contro i 191 milioni attuali).

La pressione demografica costringerà a una crescente penetrazione nelle aree desertiche e polari; avrà inoltre inizio la colonizzazione delle piattaforme continentali: abitazioni subacquee per gli appassionati di sport acquatici e, in un futuro più lontano (come verrà mostrato alla Fiera Mondiale del 2014), anche intere città edificate negli abissi marini.

L’agricoltura tradizionale terrà il passo con grande difficoltà e ci saranno “fattorie” che si concentreranno sui più efficienti micro-organismi. Prodotti a base di lievito e alghe trattate saranno disponibili in una gran varietà di sapori.

Sebbene la tecnologia continuerà a progredire, non tutta la popolazione mondiale ne beneficerà appieno. Una porzione più ampia rispetto a quella di oggi ne sarà privata e, anche se vivrà materialmente meglio di adesso, rimarrà più indietro della parte più progredita.

La situazione sarà aggravata dall’avanzamento dell’automazione. Nel mondo del 2014 rimarranno ben pochi lavori abituali che non potranno essere eseguiti meglio da una macchina che da un essere umano. L’umanità sarà quindi diventata, in gran parte, una razza di guardiani di macchine. Le scuole dovranno essere orientate in questa direzione. Non saranno solo le tecniche di insegnamento a progredire, ma cambieranno anche gli argomenti. A tutti gli studenti di scuola superiore saranno insegnati i fondamenti della tecnologia dei computer e l’aritmetica binaria.

L’umanità soffrirà fortemente della malattia della noia, un disturbo che si diffonde in modo sempre più ampio ogni anno e cresce di intensità. Questo avrà gravi conseguenze mentali, emotive e sociologiche, e oserei affermare che nel 2014 la psichiatria diverrà di gran lunga la più importante specialità medica. I pochi fortunati che potranno essere coinvolti in lavori creativi di qualsiasi tipo costituiranno la vera élite dell’umanità, poiché solo loro faranno di più che servire una macchina.

In verità, la più cupa previsione che posso fare a proposito del 2014 è che in una società dal tempo libero forzato, la parola più gloriosa del vocabolario sarà diventata lavoro!

Dal blog di Carlo De Benedetti su Huffington Post:

Fare l’editore di decine di testate su diverse piattaforme consente di guardare alle realtà del paese da altrettante angolazioni: quelle del quotidiano o del magazine nazionali da dove meglio si colgono le tensioni sociali, economiche e politiche generali; quelle delle redazioni locali a contatto con i problemi e le aspirazioni delle comunità, peraltro sempre meno omogenee; quelle di chi ha rapporti in tempo reale con i propri ascoltatori (le radio) e utenti (i siti web).

Inoltre, la necessità di confrontarmi con le iniziative più innovative e, soprattutto, la curiosità mi spingono spesso a guardare oltre i confini del nostro paese. Mi trovo dunque a operare localmente e a pensare globalmente: di fatto, “glocalizzo” – efficace neologismo – la mia attività quotidiana.

Sono, le mie, una condizione e una posizione privilegiate che fanno di questo lavoro uno dei più appassionanti della mia vita. Anche perché da qui seguo alcuni fenomeni editorialmente interessanti. Per esempio, noto che in alcuni mercati non italiani è vivacissima la compravendita di testate locali o addirittura iperlocali, parecchie delle quali cartacee e digitali settimanali o bisettimanali, alcune solo digitali. Ne ha rastrellate quasi un’ottantina l’oracolo di Omaha, Warren Buffett, il finanziere più accorto e fortunato degli ultimi decenni, che con la sua Berkshire Hathaway s’è via via preso il Tulsa WorldThe Press di Atlantic City, l’Omaha World-Herald, il Jackson County Floridan e tante altre. In settembre la News Corp. di Rupert Murdoch ha ceduto al Fortress Investment Group una catena di periodici locali coast-to-coast, tra cui il Cape Cod Times e il Daily Tidings di Ashland, Oregon. Pochi giorni fa lo stesso gruppo ha messo in vendita la catena di iperlocali di Brooklyn, New York, tra i quali il Courier, il Paper e il Times Ledger. Anche da questa parte dell’Atlantico assistiamo a cambi di proprietà di giornali radicati nei territori; recentemente ne è stato protagonista il primo gruppo media europeo, il tedesco Axel Springer, che ha ceduto alcuni suoi prodotti storici locali; l’editore britannico DMLW l’inverno scorso ha invece acquisito più di ottanta tra quotidiani e settimanali a pagamento e gratuiti.

Alla luce di questi fatti e dei numeri, la percezione è che l’informazione locale – non importa se stampata o digitale – non possa che continuare a “tirare”. I motivi sono semplici: è d’immediata utilità per chi vuol vivere pienamente nella propria comunità, è esclusiva, è affidabile. E valgono a Reno, Nevada, come a Mantova, bassa Lombardia. Permettetemi un riferimento al Gruppo Espresso: se sei di Pescara, Trieste, Udine o Salerno, le notizie o le inchieste più rilevanti le trovi solo sul Centro, sul Piccolo, sul Messaggero Veneto o sulla Città. Non altrove. Per questo e non per inerzia i dati di traffico dei siti dei quotidiani Finegil – Nuova SardegnaTirrenoAlto AdigeMattino di Padova, Gazzetta di Mantova etc. – nell’ultimo anno hanno registrato tassi di crescita tra i più alti.

Allargando lo sguardo, come reazione alla mondializzazione dei mercati e all’incertezza che accompagna la crisi economica vedo crescere il bisogno collettivo di ricostruire un rassicurante rapporto con il proprio territorio di riferimento. Un’informazione puntuale e certificata è una componente irrinunciabile di questo bisogno, che viene confermato dall’atto rituale mattutino dell’acquisto del giornale locale o dalla frequente lettura del sito che allo stesso giornale fa capo.

Ho infine l’impressione che i giornali regionali o pluriregionali debbano guardare al futuro con maggiore apprensione. Perché nel nostro paese, il senso d’appartenenza riguarda da sempre più i campanili che le regioni e le aree metropolitane. Perché – va detto – la dissipazione di credibilità pervicacemente perseguita dai consiglieri laziali, lombardi, piemontesi, calabresi ha accentuato il distacco dei cittadini dall’istituzione regionale. Tanto da farmi ragionare, ora, se non sia più opportuno eliminare le Regioni anziché le Province.

Da poche settimane una startup newyorkese ha lanciato una nuova applicazione, Oyster, che permette di leggere oltre 100.000 ebook con un abbonamento mensile a $9,95, sul modello di Spotify. Il servizio al momento è disponibile solo negli Stati Uniti. Sul blog di Oyster se ne può leggere una presentazione. Funziona con un’app per iPhone ed è previsto il rilascio anche per altre piattaforme (iPad e Android). Oyster ha fatto clamore circa un anno fa quando il lancio della startup è stato sostenuto da un finanziamento di 3 milioni di dollari.

Le prime recensioni di Oyster sono positive. Il catalogo di Oyster contiene libri protetti da copyright (grazie ad accordi con editori tra cui HarperCollins, Workman, Houghton Mifflin Harcourt), anche se per il momento non comprende le novità best-seller. E il design del reader è giudicato molto buono. Ma la nuova applicazione solleva anche alcuni dubbi. Tra cui i più legittimi e condivisibili sembrano essere:

  • Il mondo editoriale accetterà l’idea dell’abbonamento a tempo? Per un’industria che basa tutto il suo modello di business (dai ricavi degli editori ai compensi agli autori) sulla vendita di pezzi sembra un concetto difficile da metabolizzare.
  • Le case editrici sposeranno l’idea? Alla fine molto probabilmente sì, dopo molte resistenze, se dimostrerà di ritagliarsi uno spazio di mercato. E sembra difficile che se lo ritagli finché non ospiterà i best-seller appena usciti.
  • I lettori compreranno il servizio? Questa è la cosa più difficile da prevedere. Dipende anche dall’adesione degli editori, e viceversa. Come fa notare il blog di The Bookseller, se il lettore medio compra circa 15 libri all’anno (1,2 al mese), un’applicazione da $9,95 mensili non è seriamente competitiva rispetto all’acquisto dei libri (digitali e non), anche se permette di leggere a volontà. Per la stessa ragione, in fondo, anche il mercato degli ebooks (e degli ereader) rimane finora riservato alla nicchia dei più voraci. Vi abbonereste?

Stiamo a vedere.

When I Grow Up from The Academy on Vimeo.

When I Grow Up è un breve video di animazione, per grandi e piccini, che ci ricorda quanto sia importante non cessare di coltivare e perseguire i propri sogni. È l’ultima creazione di Colin Hesterly, illustratore e regista di animazione, che riesce a mantenersi in equilibrio, con gusto e delicatezza, dove sarebbe facile cadere un po’ nel mieloso. Bravo. Scoperto grazie a Workplace Psychology, che riporta anche il testo del video.

Life is an adventure filled with amazing possibilities.

How about becoming a world famous explorer?
You could be an underwater adventurer.
Maybe even a hero of the untamed wild west.
You could always travel with the circus.

So explore a world that’s waiting to be found.

And though you may fall or the going gets tough, keep pushing on because there’s a world full of mysteries for you to solve.

So fire your engines.
Gather your courage.
Let go of fear.
And dig deep inside.

Because it’s never too soon to shoot for the moon.
So chase down those dreams.

Oliver Sacks

Su la Repubblica è uscito nei giorni scorsi un articolo molto interessante di Oliver Sacks sul libro e la lettura. Il ragionamento del neurologo inglese parte dalle sue fatiche nella lettura, causate dai problemi di vista, e dalla difficoltà di reperire libri a grandi caratteri (tema tradizionalmente sottovalutatissimo dall’editoria, in genere ossessionata dal riuscire a stipare più caratteri in una pagina per vendere più parole a minor costo). E spiega che la lettura è un’attività che ha modalità fortemente individuali, e può giovarsi dell’esistenza di libri in molteplici formati, adatti alle varie esigenze. Il che pare banale, se non fossimo ancora molto indietro nel lavoro di analisi delle abitudini di lettura, per poi studiare formati editoriali congeniali alle varie preferenze, e ancora eterodiretti da semplificazioni poco o per nulla utili, quali l’epico scontro fra entusiasti digitali vs. nostalgici del fruscio della carta: lo stesso Sacks, in realtà, non sembra affatto farsi paladino del «profumo del libro di carta», ma semmai della molteplicità dei formati. «Gli scritti dovrebbero essere accessibili nel maggior numero di formati possibili» scrive alla fine dell’articolo. «George Bernard Shaw chiamava i libri la memoria della razza. Non dobbiamo consentire la scomparsa di nessuna forma di libro, perché siamo tutti individui, con esigenze e preferenze fortemente individualizzate: preferenze radicate nei nostri cervelli a ogni livello, con i nostri modelli neurali e le nostre reti neurali individuali che creano un dialogo profondamente personale fra autore e lettore». Ecco di seguito l’articolo di Sacks.

La resistenza del libro che profuma di carta

di Oliver Sacks (da la Repubblica, 27 dicembre 2012)

È appena uscito un mio libro, ma non riesco a leggerlo perché, come milioni di persone, ho dei disturbi alla vista. Devo usare una lente di ingrandimento ed è una procedura lenta e macchinosa, perché il campo visivo è ristretto e non posso vedere una riga intera in un colpo solo, per non parlare di un intero capoverso. Quello di cui avrei davvero bisogno è un’edizione a grandi caratteri, che possa leggere (a letto o in bagno, che è dove leggo di solito) come qualsiasi altro libro. Alcuni dei miei libri precedenti sono disponibili in questo formato, e mi è preziosissimo quando devo fare una lettura pubblica. Ora mi dicono che una versione stampata a grandi caratteri non è “necessaria”: ci sono i libri elettronici, che ti consentono di ingrandire a piacimento la dimensione dei caratteri.

Ma io non voglio un Kindle, o un Nook, o un iPad, tutta roba che potrebbe cadermi in bagno o rompersi, e ha comandi che per vederli mi servirebbe la lente di ingrandimento. Voglio un libro vero, fatto di carta stampata: un libro che abbia un peso, che odori di libro, come sono stati i libri negli ultimi cinque secoli e mezzo.

Voglio un libro che possa infilarmi in tasca o tenere insieme ai suoi confratelli sugli scaffali della mia libreria, riscoprendolo per caso perché mi ci cade l’occhio sopra. Quando ero ragazzo, alcuni dei miei parenti anziani, e anche un cugino giovane che vedeva male, usavano le lenti di ingrandimento per leggere. L’introduzione di libri a grandi caratteri, negli anni Sessanta, fu una manna dal cielo per loro e per tutti i lettori ipovedenti. Spuntarono fuori case editrici specializzate in edizioni a grandi caratteri per biblioteche, scuole e singoli lettori, e nelle librerie o nelle biblioteche trovavi sempre qualche libro del genere.

Nel gennaio del 2006, quando cominciai ad avere problemi alla vista, mi chiedevo come avrei fatto. C’erano gli audiolibri  –  qualcuno ne avevo registrato io stesso  –  ma io sono essenzialmente un lettore, non un ascoltatore. Sono un lettore incallito da quando ho memoria: spesso conservo nella mia mente quasi automaticamente numeri di pagina o l’aspetto dei capoversi e delle pagine, e sono in grado di trovare all’istante un certo passaggio in quasi tutti i miei libri. Io voglio libri che mi appartengano, libri la cui impaginazione intima mi diventi cara e familiare. Il mio cervello è tarato sulla lettura e quello che mi serve sono sicuramente i libri a grandi caratteri.

Ma oggi trovare testi di qualità in questo formato in una libreria è un’impresa. L’ho scoperto di recente quando sono andato da Strand, la libreria newyorchese famosa per i suoi chilometri di scaffali, dove mi rifornisco da mezzo secolo. Avevano una sezione (piccola) dedicata ai libri a grandi caratteri, ma era occupata prevalentemente da manuali e romanzi spazzatura. Nessuna raccolta di poesie, nessuna opera teatrale, nessuna biografia, nessun saggio scientifico. Niente Dickens, niente Jane Austen, nessuno dei classici; niente Bellows, niente Roth, niente Sontag. Sono uscito frustrato, e furioso: gli editori pensano forse che chi ha disturbi alla vista abbia anche disturbi al cervello?

Leggere è un compito enormemente complesso, che richiede l’intervento di varie parti del cervello, ma non è un’abilità che gli esseri umani hanno acquisito attraverso l’evoluzione (a differenza del parlare, che è in buona parte una capacità innata). Leggere è uno sviluppo relativamente recente, che risale forse a cinquemila anni fa ed è regolato da una minuscola area della corteccia visiva del cervello. Quella che oggi chiamiamo “area per la forma visiva delle parole” fa parte di una regione corticale che si è evoluta per riconoscere forme elementari in natura, ma che può essere riadattata al riconoscimento di lettere o parole. Questa forma elementare, o riconoscimento di lettere, è solo il primo passo.

Da questa area per la forma visiva delle parole bisogna creare connessioni bidirezionali a molte altre parti del cervello (tra cui quelle che sovrintendono alla grammatica, ai ricordi, alle associazioni e alle sensazioni) perché le lettere e le parole acquisiscano i loro significati specifici per noi. Ognuno di noi forma percorsi neurali unici associati alla lettura, e ognuno di noi apporta all’atto del leggere una combinazione unica non solo di ricordi ed esperienze, ma anche di modalità sensoriali. Alcune persone magari “sentono” i suoni delle parole mentre leggono (a me succede, ma solo quando leggo per piacere, non quando leggo per informazione); altri magari le visualizzano, consapevolmente o meno. Qualcuno può avere una percezione acuta dei ritmi acustici o dell’enfasi di una frase; altri sono più sensibili all’aspetto o alla forma.

(continua a leggere sul sito de la Repubblica)

MieleMiele

di Ian McEwan
Voto: 4 su 5 stelle

Molto bello il nuovo romanzo di Ian McEwan, da poco uscito (in Italia da Einaudi). A caldo, appena chiuso il libro, gli avevo dato cinque stelle. Leggerlo era stato come vedere una finale di coppa che si risolve improvvisamente negli ultimi minuti grazie alla giocata memorabile di un campione. Poi l’ho lasciato decantare, e ho ridotto le stelle a quattro. Ma non cambio opinione. Non ha l’intensità di Bambini nel tempo, o la straordinaria compattezza di Chesil Beach. E il grande interrogativo che attraversa tutta la storia – rivelare o non rivelare un aspetto di sé che all’inizio è stato taciuto, e che potrebbe incrinare il proprio rapporto con la persona che si ama? – a tratti sembra più una questione pragmatica che un dilemma morale. Però l’impianto narrativo è potente, e il finale vale il libro.
Qualcuno (anche McEwan, nell’ultimo capitolo) trova che a tratti sia un po’ lento. Forse. Ma a me piace anche il Mc Ewan che indulge in descrizioni, che partendo dai dettagli dipinge con precisione un’intera scena, un intero mondo: «Negli anni Settanta quello era cibo esotico. Ricordo ogni cosa – lo striminzito tavolo di pino con le gambe ammaccate di un blu uovo d’anatra stinto, la grande ciotola di ceramica piena di porcini viscidi, il disco di polenta che splendeva come un sole in miniatura su un piatto verde pallido con lo smalto crepato, la bottiglia di vino rosso coperta di polvere, la rucola piccante in una ciotola bianca scheggiata, e Tony che preparava il condimento in un attimo, versando olio e spremendo mezzo limone con il pugno nello stesso momento, o così pareva, in cui portava in tavola l’insalata».

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Di metafore sportive, da Peter Drucker in poi, il management ne ha esplorate molte. Stavolta però la metafora non richiama il fruscìo del vento sulle vele mentre l’equipaggio esegue la virata all’unisono, o il muoversi dei giocatori sul campo fra schemi studiati e giocate individuali, o la concentrazione e la tenacia del maratoneta esausto all’ultimo chilometro. Marina Capizzi e Ulderico Capucci, come spunto per riflettere sul ruolo dei leader e sui nuovi modelli di governo dell’impresa, hanno proposto a quasi cinquanta numeri uno italiani il paragone con le scalate a quota ottomila. Ne è nata un’indagine approfondita, con il titolo AltaQuota, che sarà presentata il prossimo 28 settembre a Milano, in un convegno presso Assolombarda con la partecipazione di manager e imprenditori che vi hanno partecipato.
La metafora dell’alta quota chiama in causa direttamente il tema della sopravvivenza in condizioni estreme. Una metafora che si addice bene a questi tempi di interminabile crisi, e allude a un salto di qualità nel modo stesso di intendere la responsabilità di chi guida l’impresa. “Tornate vivi, tornate rimanendo amici, arrivate in cima, in questo preciso ordine di importanza” è la famosa regola d’oro di un grande alpinista, Roger Baxter-Jones. Se la metafora funziona, la prima responsabilità di un leader d’impresa oggi sembra essere quella di presidiare la sicurezza e la coesione, con la serenità e il coraggio di chi sa che la discesa è una fase, per quanto indispensabile, e occorrono visione e lungimiranza per progettare già il momento di una nuova salita. Non è poco.

(Pubblicato su Direzione del personale, 162, settembre 2012)

L'isola dei pirati L’isola dei pirati

di Michael Crichton
Voto: 4 su 5 stelle

Micro: A NovelMicro: A Novel

di Michael Crichton
Voto: 3 su 5 stelle

L’estate, per me, è il tempo di lasciarsi andare finalmente a letture di puro piacere. E il piacere si chiama Michael Crichton. Non più per molto, purtroppo. In questi giorni ho divorato i suoi due inediti postumi, Micro e Pirate Latitudes; difficile che ne spuntino altri. L’isola dei pirati (ma forse bisognerebbe dire dei corsari), ha suscitato nei critici e nei cultori di Crichton reazioni contrastanti, ma non lasciatevi ingannare: è godimento puro. Non è fanta-tecnologia, come quella cui Crichton ci ha nella maggior parte dei casi abituati: ma è un libro che inchioda. Non senza quel tanto di ironia, che deriva dalla straordinaria complicità che lo scrittore riesce a instaurare con il suo lettore, mentre entrambi si calano nel mondo delle guerre di corsa – lo stesso fascino che ci aveva tenuti avvinti in Timeline, ma stavolta senza trucco e senza inganno, senza scienziati e senza macchine del tempo a riportarci indietro: siamo nel Seicento e là restiamo. A trattenere il fiato, seguendo le peripezie di un corsaro astuto e spietato, nobile e ruffiano, ammaliatore di uomini e tombeur de femmes, un po’ Ulisse e un po’ James Bond nella marineria giamaicana dell’epoca. E nello stesso tempo, è un libro documentato e preciso, che non indulge mai alle fantasie cui ci ha abituato la saga dei pirati disneyani. Se ne uscirà anche un film di Steven Spielberg, come si legge e come sembra logico, sarà un film tutto da vedere. La storia è perfetta, le battute migliori sono già scritte, il cielo dei Caraibi farà il resto: tinto di rosso all’orizzonte, le pinne degli squali appena visibili sul mare, a volteggiare sopra i galeoni inabissati, carichi di storie e di tesori nascosti per sempre.

Micro, ultimo inedito crichtoniano, è una felice sorpresa anche se con qualche limite. Terminato da Richard Preston, scrittore in proprio di bestseller di divulgazione scientifica (The Hot Zone, 1994), in base a una parziale stesura e a dettagliati appunti dell’autore, è un techno-thriller con il passo dei romanzi migliori di Chrichton: da Jurassic Park o Preda (la lotta all’ultimo sangue contro un nemico che arriva da un mondo diverso) a Timeline (il difficile ritorno a casa da un’altra dimensione), lasciandosi alle spalle il ricordo dell’ultimo Crichton un po’ noioso, ideologico e didascalico di State of Fear o di Next. L’idea di base del plot è forte e sviluppata con coerenza, anche se è svelata quasi subito; il ritmo non cala (quasi) mai; la tensione e gli effetti speciali sono da grande cinema hollywoodiano; la storia è sostenuta come sempre da dettagli scientifici attentamente documentati. Se l’occasione è colta solo in parte, lo si deve a personaggi tratteggiati in modo un po’ unidimensionale, a colpi di scena a volte un po’ troppo incredibili (una ragazza inghiottita da un volatile e risputata fuori poco dopo, ancora viva), e a un paio di punti in cui l’autore (Crichton o Preston?) fa fermare un personaggio sul più bello dell’azione per darci delle spiegazioni. Ma complessivamente è un libro riuscito, costruito intorno a un’idea forte e originale. Le fantasie più ardite hanno sempre portato l’uomo, nel tentativo di affrancarsi dalla finitezza del piccolo pianeta in cui vive, a sognare di slanciarsi verso l’infinitamente grande. Ma l’infinitamente piccolo, con un po’ di immaginazione, potrebbe essere un mondo altrettanto interessante da esplorare, per liberarsi una volta per tutte dalla scarsità di risorse e di spazio sulla terra. Altre creature, però, ci hanno già pensato, e sarebbero coinquilini piuttosto scomodi.

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Esce su L’Espresso una bella e ampia intervista di Wlodek Goldkorn a Eric Hobsbawm, il grande  storico inglese, autore del Secolo breve. Il testo integrale dell’intervista viene oggi ripreso e commentato da molti siti online. Eccolo qua.

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La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell’universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace – come la descriveva Marx nel Manifesto comunista – sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all’apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un’operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell’età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.

E se per questa intervista con L’Espresso, una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l’interlocutore. “Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: “No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo”.

La crisi in corso è differente da quelle precedenti?
“Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L’impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente”.

Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?
“Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti – ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino – per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo”.

Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?
“L’Economist alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro”.

E l’innovazione?
“L’innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell’innovazione nell’ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell’economia liberale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo “la teologia del libero mercato”, la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno”.

Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l’idea che le persone forgiano il proprio destino.
“Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo”.

Cosa vuol dire?
“Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l’idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un’idea stramba. Marx non l’ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo”.

Intanto la finanza prevale. C’è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un’intuizione giusta?
“È emersa con forza un’élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell’economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte”.

Vale a dire?
“L’informazione è oggi un fattore di produzione”.

Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa…
“Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l’informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero”.

Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa.
“Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell’operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l’automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata”.

Chi è oggi il padrone? Una volta c’era la lotta di classe.
“Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l’hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto”.

È una tesi sorprendente, la può spiegare?
“Il meccanismo che sta dietro all’economia cinese è il desiderio di restaurare l’importanza di una cultura e di una civiltà. È l’opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all’urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno”.

Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?
“A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l’asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un’unità globale. E questo riguarda non solo l’economia, ma anche la più grande sfida dell’esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l’esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l’oro o il petrolio. Prendiamo l’acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell’acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico”.

C’è un rimedio?
“Sì, a patto che si capisca che l’economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l’andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni”.

Può fare qualche previsione comunque?
“È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici”.

Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato.
“Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale”.

Lo scopo dell’economia è la felicità?
“Certo”.

Intanto crescono le diseguaglianze.
“E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all’interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c’è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro”.

Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo…
“Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe”.

In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?
“Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società”.

* da L’Espresso (n.19/2012)

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In questi giorni mi è capitato di vedere il film Il curioso caso di Benjamin Button. Non sono un assiduo frequentatore di sale cinematografiche e di rado mi precipito a vedere l’ultimo film appena uscito. Preferisco seguire percorsi indipedenti, che somigliano ai percorsi di lettura. In fondo i buoni film non invecchiano. Così, mi è venuta poi voglia di andare a leggere il racconto omonimo, contenuto in Six Tales of the Jazz Age di Fitzgerald, da cui il film è tratto (a dir la verità molto liberamente). I due racconti, pur partendo da uno stesso spunto (la storia di un uomo il cui orologio biologico va capricciosamente all’indietro), raccontano due storie molto diverse, che poco hanno a che fare l’una con l’altra. Il film di David Fincher sembra quasi voler dare un fondamento più realistico all’intera vicenda: sullo schermo Benjamin vede la luce da neonato senescente, e non da anziano uomo fatto, come nel racconto; e da vecchio, cioè da bambino, soffre di Alzheimer nonostante le sembianze infantili. Ma soprattutto il film, a differenza del racconto, finisce per girare tutto intorno a una grande, hollywoodiana storia d’amore: quella tra due persone che si riconoscono anime gemelle al primo sguardo, anche se lei è una bambina e lui un arzillo vecchietto “diverso da tutti gli altri”, e che pur cercandosi per tutta la vita si incontrano veramente solo per un istante (ma un istante che vale un’esistenza), come due treni lanciati in direzioni opposte si incrociano per pochi attimi a metà del cammino, e poi proseguono la loro folle corsa, inesorabilmente, allontanandosi per sempre.
4O4INOPtWTfHq3dd5vYTPV0TCwaSenza alcuna indulgenza al mélo, Fitzgerald racconta invece di un uomo che incontra la sua giovane sposa da maturo benestante («preferisco sposare un uomo di cinquant’anni che si prenda cura di me», dice Hildegard, «piuttosto che uno di trenta e dovermi prendere cura di lui»); e cessa di provare attrazione per lei quando, sentendosi più giovane e rinvigorito, la vede moglie e madre quarantenne, ormai «divorata da quell’inerzia interiore che un giorno assale la vita di ciascuno di noi e non ci abbandona più fino alla fine». E non sono forse cose che succedono, anche a chi non ha l’orologio biologico invertito? Ma quello che è folgorante, nella cinica narrazione di Fitzgerald, è l’ipocrisia con cui intorno a Benjamin si cerca di negare la sua condizione, ben diversamente dall’amore incondizionato della madre adottiva nel film. Già il padre, quando è ancora piccolo, lo manda a scuola vestito da fanciullo benestante, malgrado le sue sembianze da vecchietto; e la moglie, in quella che forse è la battuta più sferzante del racconto, al vederlo ringiovanire lo apostrofa così: «I’m not going to argue with you. But there’s a right way of doing things and a wrong way. If you’ve made up your mind to be different from everybody else, I don’t suppose I can stop you, but I really don’t think it’s very considerate».
Interpretata in modo più sentimentale e calligrafico nel film, più cinico e spiazzante nella novella, la storia di Benjamin Button è una favola su come il tempo gioca e si fa beffe delle nostre vite e dei nostri progetti e dei nostri amori. È proprio vero che, come diceva Mark Twain, «è un peccato che la parte migliore della nostra vita venga all’inizio e la peggiore alla fine»? È peggio precipitare verso l’abisso della vecchiaia o trascorrere gli anni della saggezza e del ricordo imprigionati nel fisico di un ragazzino capriccioso? E come mai tante volte i bambini sono i più pronti a riconoscere il lato infantile nello sguardo di un vecchio? Il tempo ci trasforma, gioca col nostro fisico e con la nostra mente, spesso disallineando stati mentali e condizioni del corpo. E, come dice il Benjamin/Brad Pitt, niente dura.

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