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L’articolo di Citati sul Corriere di ieri e il dibattito di oggi mi sembrano un po’ tristi. C’è un problema, un’enorme crisi della lettura come l’abbiamo conosciuta fin qui (anche dei classici, certo), che non è affatto compensata dalle meravigliose sorti e progressive degli ebook (magari lo fosse!), e invece qui siamo fermi alle liti di bottega, all’indice giudicante sul libro del vicino, considerato indegno perché troppo popolare, alle accuse di immaturità ai lettori. Non è mai “meglio non leggere”. E non credo che il prezzo sia il principale indiziato, anche se sarei per la liberalizzazione. Oggi, comunque, andrò a leggermi un bel Faletti che ancora non ho letto.

L’ebook non è una killer application, ma lo strumento per un’esperienza di consumo diversa, non necessariamente in concorrenza con il libro. Ne ha parlato John Makinson, CEO di Penguin Group, in un’intervista al WSJ (che in Italia è ripresa da Italia Oggi del 14 maggio 2011). Già adesso c’è chi preferisce comprare i libri e chi invece li prende a prestito in biblioteca; il libro digitale non farà che aumentare le possibilità a disposizione di coloro che prediligono l’esperienza della lettura in quanto tale, che quindi al posto di un libro usa e getta compreranno un libro digitale; mentre tutti quelli che si sentono anche «proprietari del libro, che vogliono condividerlo e riporlo sul proprio scaffale» perché «amano l’esperienza del libro» continuerano ad acquistare i libri di carta. L’ebook, insomma, fa emergere «una distinzione crescente fra il lettore e il possessore del libro».

Le previsioni di crescita collocano il mercato ebook oltre il 30% nel 2015, ma il 70% dei lettori secondo Penguin resterà a lungo fedele alla carta; a patto però che gli editori puntino sulla qualità fisica del libro. Se il valore aggiunto per gli acquirenti è il “possesso”, il libro deve essere un oggetto capace di soddisfare le aspettative; anzi, il lettore potrà anche essere disposto a pagare qualcosa di più per possedere un prodotto migliore.

Penguin sta preparando per quest’estate il lancio di Bookish.com, piattaforma di vendita concorrente ad Amazon.

Kevin Kelly, ex direttore di Wired, ha postato recentemente un articolo importante su What Books Will Become nel suo blog The Technium. Kelly parte innanzitutto da una definizione del libro, problema non banale mentre le caratteristiche fisiche dell’oggetto (la carta, le pagine, la copertina) sembrano cessare di rappresentare attributi essenziali per la sua identificazione. Scrive Kelly:

Un libro è una storia, un’argomentazione o un corpus di conoscenza in sé concluso [self-contained] che richiede più di un’ora per essere letto. Un libro è completo nel senso che contiene in sé il proprio inizio, il proprio centro e la propria fine.

Questa definizione non ha solo il pregio di identificare il “libro” indipendentemente dal suo formato fisico, ma consente anche di superare insufficienze nomenclatorie del passato: esclude, infatti, oggetti che impropriamente sono equiparati ai “libri” fisici, come un elenco del telefono o un libro con le pagine bianche (su tale ambiguità gioca brillantemente il recente best-seller What Every Man Thinks About Apart From Sex).

Se invece le pagine del libro scompaiono, quel che resta del libro è la sua struttura concettuale. La domanda successiva è inevitabile: questa struttura concettuale, il “contenitore intangibile” che possiamo ancora chiamare libro, è destinata a diventare un fossile o offre ancora dei vantaggi rispetto alle molte e diverse forme alternative di testo disponibili nell’età digitale? Gli stessi testi “librari”, venendo meno il loro contenitore fisico, non tendono nella rete «a dissolversi in un groviglio indifferenziato di parole»?

L’utilizzo di dispositivi dedicati sembra avere qualcosa a che fare con la possibilità di continuare a identificare il “libro” come tale e nello stesso tempo apre scenari di lettura affascinanti. La tecnologia e-ink potrà applicarsi a supporti di misure e forme diverse (fino a piccoli display che mostrano una sola parola per volta), da tablet di varie dimensioni a schermi sottili e flessibili simili all’attuale carta, ripiegati come gli odierni giornali o magari rilegati e tenuti insieme da copertine di varia foggia e materiale, a imitazione di belle edizioni cartacee capaci di modificare il proprio contenuto con un semplice clic. Un e-book potrebbe essere venduto accompagnato dalla raccomandazione su quale tipo di reader utilizzare per la migliore visualizzazione, ma anche proiettato con un microdispositivo laser su qualunque superficie disponibile.

Di più, nota Kelly, se leggiamo un libro guardando uno schermo digitale, lo schermo può guardare noi, e può reagire in maniera adattiva alla nostra lettura, modificandosi in base alla velocità con cui leggiamo, alle aree del testo su cui ci soffermiamo, o a mille altre sfumature. Dal testo adattivo all’opera aperta la cui trama è decisa dal lettore il passo è breve: l’idea di romanzi con plot o finali alternativi, che finora non ha preso piede ma si è affermata con forza nei videogames, potrebbe tornare in futuro di attualità.

Altro campo tutto da esplorare sarà quello dei libri con immagini in movimento, nuovi oggetti ibridi che renderanno necessario

un intero set di strumenti che oggi non abbiamo. Al momento è difficile sfogliare immagini in movimento, analizzare un film, annotare un fotogramma. Idealmente vorremmo avere lo stesso potere, la stessa facilità e lo stesso agio di manipolare le immagini in movimento che abbiamo quando manipoliamo un testo; vorremmo poterle indicizzare, citare, tagliare e incollare, riassumere, riportare, linkare e parafrasarne il contenuto. Una volta che avremo conquistato questi strumenti (e queste capacità) potremmo creare una classe di libri altamente visuali, ideali per la formazione e l’istruzione.

Questi sviluppi (non troppo futuribili) riportano alla domanda di partenza: che cos’è un libro? Innanzitutto, secondo Kelly, il libro digitale è destinato a diventare «un flusso più che un artefatto», un testo cui avere accesso più che un oggetto da comprare. E sebbene nella fase attuale i «custodi del mercato» cerchino in tutti i modi di difendere la logica dell’“acquisto” (e quindi di impedire la copia e la manipolazione del testo), la «liquidità degli ebooks» è destinata ad avere alla fine la meglio.

Annotare, segnare, sottolineare, fare le orecchie, inserire riferimenti incrociati e hyperlink, riassumere, condividere, commentare dovranno essere attività tipiche della lettura digitale. La lettura è destinata a diventare sempre più un fatto sociale. Vorremo condividere reazioni e commenti a un libro letto, collegare fra loro passaggi di libri diversi (o di libri e di film), leggere le glosse di altri lettori (potremo persino volerci “abbonare” alle glosse di lettori influenti). Ogni libro potrebbe diventare un “network” ben più complesso di quanto non possa esserlo già oggi: in fin dei conti è da sempre possibile in un libro “linkare” il titolo di altri libri o riportarne brani, ma le possibilità aperte dal testo digitale sono ben maggiori. Basti pensare a Wikipedia e immaginarla come un unico enorme libro fitto di hyperlink per farsi un’idea di che cosa potrebbe diventare in futuro, potenzialmente, ogni libro in un’unica sterminata biblioteca universale.

Crescerà, secondo Kelly, l’importanza della scrittura collettiva (ogni libro che rimanga privo di un network di commenti, discussioni, riferimenti collettivamente elaborati sembrerà povero e nudo); l’accesso ai libri sarà facile e per lo più gratuito o reso possibile da canoni di abbonamento, ma in mezzo a un’offerta sterminata sarà difficile trovare i libri; di qui il valore del network come strumento per avvicinare libri e lettori. E il libro con il suo network, le sue versioni preparatorie e i suoi aggiornamenti e commenti diventerà un’opera aperta in continua evoluzione.

Ha senso, conclude Kelly, continuare a chiamare libri questi oggetti?

È possibile che in futuro l’unità della biblioteca universale non sia più il libro, ma la frase, il paragrafo, o il capitolo? Certo che è possibile. La forma lunga, però, ha una sua forza. Una storia in sé conclusa, un’unità narrativa o un’argomentazione sviluppata fino in fondo esercitano su di noi una strana attrazione. Possiedono una naturale risonanza che disegna intorno a loro una rete. Possiamo scomporre i libri nei tanti pezzetti che li compongono e ricucire questi ultimi nel web, ma il più alto livello organizzativo del libro continuerà ad essere il centro dell’attenzione, la risorsa scarsa delle nostra economia. Un libro è un’unità di attenzione. Un fatto è interessante, un’idea è importante, ma solo una storia, una buona argomentazione, una narrazione ben congegnata ci colpiscono in modo indimenticabile. Come ha detto Muriel Rukeyser, «l’universo è fatto di storie, non di atomi».

Molte attenzioni sono oggi rivolte al confronto fra gli ebook readers, alla ricerca dell’oggetto che consenta la migliore esperienza di lettura e nello stesso tempo “contenga” gli ebook che “compriamo”. La seconda preoccupazione, secondo Kelly, è destinata a venir meno. Nell’arco di 10-20 anni non compreremo più singoli libri (né singole canzoni o singoli film), ma avremo accesso, pagando un canone, alla possibilità di “prendere a prestito” il testo che ci serve. Quello che ci servirà veramente, conclude Kelly, sarà un dispositivo di lettura che consenta di dedicare a un libro la giusta attenzione. Come sarà fatto questo dispositivo, è ovviamente tutto da definire.

Introducing TED Books.

Dopo i convegni diffusi in rete, TED sta per lanciare i TEDBooks, una linea di brevi libri digitali in partnership con Amazon.com. Ogni libro, di circa 10.000-20.000 parole, si venderà a circa $2,99 nell’ambito del programma Kindle Singles di Amazon. I testi potrebbero essere disponibili anche per altri formati digitali in futuro.
Dopo essersi affermata grazie ai suoi video dedicati a intellettuali, pensatori, scrittori e uomini d’impresa diffusi liberamente in rete, TED punta a utilizzare lo stesso modello per i libri. Chris Anderson, direttore di TED, ha dichiarato a Publishers Weekly: “Busy people can be daunted at the prospect of having to read a 300- or 400-page book. TEDBooks fill that gap. Their shorter format allows someone to see an idea fleshed out in a satisfying way–without having to set aside a week of reading time. With the growth of digital readers all bets are off and people who want to say something serious in a short form have options. Our TED Talks are limited to 18 minutes and we’ve found that short can work surprisingly well. We think people can write something that we can absorb in about an hour.”
Il programma prevede un’uscita iniziale di tre titoli e un ritmo di pubblicazioni di circa dodici novità l’anno, non necessariamente tutte dedicate a speakers di TED.
“Why are books the length they are?” dice ancora Anderson. “Is it their natural form or just a consequence of the needs of traditional book publishing? Books have always been important to TED and this is a great opportunity.”

La questione del futuro del libro (o, secondo alcuni, della sua morte annunciata) presenta due livelli molto diversi, come ha ricordato Serge Latouche in un suo recente intervento su Crisi dell’editoria e/o crisi di civiltà. «Il primo livello è quello dell’attualità e delle modifiche provocate dall’evoluzione tecnoscientifica. Il secondo è quello di una profonda riflessione sul rapporto fra il pensiero e la sua trasmissione. Se il primo livello occupa oggi il centro della scena, è importante non dimenticare il secondo, perché in ultima analisi è quello che permette di cogliere le vere sfide poste in gioco dal cambiamento».

Al livello dell’attualità si danno battaglia per assicurarsi il nuovo promettente mercato operatori economici che vedono nel libro digitale un prodotto telescaricabile fra i tanti, come la musica, i videogiochi o gli audiolibri. I professionisti del libro e della cultura tradizionale assistono «perplessi, confusi e persi» a una battaglia di cui sono per lo più spettatori, un po’ «superati, se non addirittura passati di moda»: nella peggiore delle ipotesi correndo il rischio di fare da «vittime sacrificali sull’altare di quello che si continua a chiamare impropriamente progresso»; nella migliore, cogliendo l’opportunità di lanciarsi anche loro un po’ nel gioco, stringendo accordi con i colossi del nuovo mercato e facendosi concorrenza l’un l’altro come offerenti. Ma in entrambi i casi senza dimostrare di possedere una strategia comune o una visione di ciò che potrà accadere.

Ed è un grosso problema, perché se è pur vero, ricorda Latouche, che nonostante tutto «l’editoria e la cultura sono anche mercati con i propri professionisti (imprenditori, industriali, capitalisti), gli editori non sono solo questo. Le battaglie sul diritto d’autore, i copyright, i brevetti (fonti inesauribili di processi che sono vacche grasse per gli studi legali) tendono ad assumere un ruolo guida nella produzione e diffusione della conoscenza e della cultura». Gli intellettuali, equamente divisi fra gli entusiasti del libro digitale e quelli che, confondendo la realtà coi propri desideri, si dicono certi dell’immortalità del libro tradizionale, farebbero meglio a sforzarsi di «capire il significato e la portata di una probabile scomparsa del libro piuttosto che fare ipotesi sulla possibilità di questa o quella formula alternativa, risultato di lotte tecnologiche, economiche, politiche e mediatiche alle quali si rivolgono le parti interessate che creeranno i supporti culturali di domani».

Un’analisi più approndita delle conseguenze della rivoluzione digitale, per Latouche, deve riguardare almeno due aspetti importanti: il modo di funzionamento del pensiero umano e il futuro della nostra civiltà. Quanto al primo aspetto, il funzionamento del pensiero umano si sta presentando in forme diverse che non è possibile semplicemente gerarchizzare lungo una linea di progresso (nella misura in cui, ad esempio, non è possibile dimostrare l’inferiorità delle culture orali), ma che sono strettamente legate ai supporti materiali e ai loro utilizzi. Le memorie elettroniche rappresentano oggi il supporto fisico della scrittura così come lo sono stati in passato le tavolette della scrittura cuneiforme, le ostrakon, i papiri, le pergamene e la carta e, «che lo si voglia o no, anche i portatori di un nuovo funzionamento del pensiero», già visibile nei nuovi linguaggi giovanili degli SMS e nelle forme poetiche che ne derivano (slam poetry).

Questo nuovo sistema implica per Latouche un doppio problema. Da un  lato la complessità e l’interdipendenza globale delle reti comportano una fragilità che avvicina la cultura digitale alla cultura orale (l’ipotesi di un enorme blackout mondiale, da alcuni studiosi presa seriamente in considerazione a proposito della fine del petrolio o di fatti catastrofici, equivarrebbe a un colossale incendio di tutte le librerie e le biblioteche del mondo). Dall’altro lato, il supporto digitale ci mette di fronte a una sovrabbondanza di messaggi che va nella direzione opposta, verso una vera e propria inondazione di dati, non più arginati e selezionati come in precedenza per effetto degli stessi limiti fisici dei supporti usati (tra i quali in primis la memoria umana, unico supporto disponibile nelle civiltà orali). Il peggio, nota Latouche, è che nella Biblioteca di Babele della scrittura digitale, dove trionfano la mediocrità e l’ottusità di blog che «liberano a fiumi pensieri banali e grezzi, dove le parole sono state messe a caso, senza essere pulite e ripulite», troppe informazioni, anche se forse non memorabili, sono non prive di qualche interesse. «Sapremo noi gestire questa illimitatezza? O saremo condannati a navigare nel superficiale e nell’effimero?»

Quanto al secondo aspetto, per Latouche l’ipertrofia della produzione culturale «non è estranea a ciò che minaccia la società della crescita, vale a dire una società inghiottita da un’economia di crescita la cui legge è il “sempre di più”. Il processo di trasformazione delle persone e delle cose in atomi digitali è allo stesso tempo un immenso lavoro intellettuale di astrazione ed un’impresa mostruosa di alienazione umana e di devastazione della natura. Per quanto riguarda il pensiero, tutto deve essere ridotto in numeri ed essere calcolabile; nella realtà, tutto deve essere trasformato in merci interscambiabili. La vita culturale della iper-modernità rischia di crollare come la società stessa, e non a causa di una perversione intrinseca del digitale (che rimane un risultato straordinario dell’ingegno umano), ma a causa dell’intrinseca perversione dell’omnimercificazione del mondo e dell’imperialismo dell’economia».

Lungi dal negare la potenza dello strumento Internet come strumento di condivisione e scambio della conoscenza (spendibile anche nella «lotta contro la megamacchina»), Latouche però, parafrasando Nietzsche, vede nell’universo tecnico contemporaneo una vera e propria “avanzata del deserto”. Inevitabile, a meno di non «inventare dei percorsi di resistenza al deserto e alla desolazione»: percorsi che sono «il luogo stesso del pensiero» e conducono in direzione della decrescita. Solo la società della decrescita – conclude il filosofo francese – offre una autentica possibilità di salvare il libro, o se non altro i valori dei quali il libro è portatore. Ammesso che ciò possa avvenire prima che le nuove generazioni abbiano completamente perso l’abitudine alla lettura quale oggi la conosciamo. Il conto alla rovescia è cominciato.

Ebbene sì, è una rivoluzione. Era stata annunciata dieci anni fa, ha tardato ad arrivare, ma alla fine si farà: il passaggio all’editoria digitale è cominciato a gran velocità. È un passaggio difficile da decifrare, con molte facce e anche con molti falsi miti.

È una rivoluzione tecnologica pari all’invenzione della stampa a caratteri mobili. Forse anche più importante: se non altro perché il numero di esseri umani che coinvolge è incomparabilmente maggiore. Si dice che stravolgerà il settore per le mirabolanti efficienze che consentirà. Ma l’invenzione della stampa a caratteri mobili non comportò solo un profondo riorientamento dei processi di produzione e distribuzione dei libri, una diminuzione dei tempi e dei costi di realizzazione, uno straordinario guadagno di efficienza. Cambiò completamente la storia della cultura, il modo di produrre e di leggere testi scritti. Significò la disponibilità su larga scala di testi che in precedenza erano disponibili solo ad élites, e a costi superiori. Il testo fu “disponibile”, “riproducibile”, a portata di mano; divenne “per tutti” e perse l’aura di cui godeva. Dal dominio del principio di autorità, il mondo passò all’era del pensiero critico. Il testo non fu più “compitato”, ma criticato: si smise persino di leggerlo ad alta voce, come in un rituale, e si imparò a studiarlo in silenzio per comprenderlo, analizzarlo, valutarlo.

Che cosa succederà stavolta, dopo la rivoluzione? Io ho il sospetto che il futuro non sarà degli e-books, ibrida imitazione digitale dei libri stampati. Ma che avrà una faccia molto diversa. Agli albori dell’automobile, le prime vetture parevano carrozze senza più i cavalli davanti. Poi l’automobile prese una sua forma, diversa dal calesse. Così succederà anche ai libri digitali.

Alcuni segni si intravedono già. Il testo a stampa era per natura finito. Veniva scritto, perfezionato, editato, “finito di stampare” e consegnato alla posterità in una versione perfetta e congelata. Il testo digitale è potenzialmente sempre modificabile, “opera aperta”. Il modello c’è già: è Wikipedia. Un’enciclopedia aggiornata in tempo reale.

La bibliografia di un saggio potrà essere costantemente aggiornata, anzi aggiornarsi automaticamente collegandosi con le banche dati librarie internazionali. Cliccando su una citazione sarà possibile portarsi immediatamente nel testo in questione, per consultarlo interamente. Un romanzo potrà cambiare continuamente finale, a seconda dei gusti del pubblico. Un libro potrà essere fatto di testo, di video, di immagini, magari – tra poco – di profumi o di ologrammi tridimensionali.

È difficile capire dove ci porteranno questi cambiamenti. Il tema davvero interessante, nel passaggio ai libri digitali, non è lo standard tecnologico, non è la guerra tra Kindle e iPad; è capire come cambieranno i comportamenti di chi legge – e anche quelli di chi scrive. Io credo che si tratterà di stare vicini ai cambiamenti, di usarli man mano che si presentano senza andar dietro alle mode. Di non perdere di vista il fatto che il valore è la cultura, non la tecnologia: e qui siamo tutti impegnati nella produzione e nella trasmissione della cultura. Di ricordarsi che le tecnologie sono straordinariamente utili, ma nessuna tecnologia può produrre un avanzamento della ricerca. La ricerca è una cosa terribilmente umana, e ogni suo faticoso passo avanti, per quanto possa essere aiutato dalla tecnologia, è il frutto di un duro lavoro di spremitura di cervelli, nella solitudine della propria stanza o nel fecondo ambiente di un gruppo di lavoro, ma pur sempre un gruppo di cervelli umani.

E quindi bisogna anche fare in modo che la gente non perda l’abitudine a spremersi il cervello, non pensi che la priorità sia l’ultimo gadget tecnologico e che tutto il resto venga facile.

Il mercato Usa degli e-book ha raggiunto nel 2009 i 150 milioni di dollari, contro un fatturato totale del settore librario pari a circa 11 miliardi di dollari; con un aumento del 450% in tre anni. Nel 2010 arriverà probabilmente a 250 milioni, cioè a una quota di circa il 2% sul fatturato del settore. L’Europa è molto più indietro (in Francia, all’inizio del 2009, la sua consistenza era intorno al milione di euro) ma le vendite hanno subito un’accelerazione molto forte nel 2009; l’esempio americano lascia supporre che anche il mercato europeo possa crescere rapidamente. Sebbene la posta in gioco sia molto diversa a seconda dei settori (nell’editoria scientifica o giuridica si annuncia un 50% del mercato di qui a cinque anni) e l’offerta sia ancora largamente incompleta e di scarsa ampiezza, gli editori stanno dimostrando di voler sviluppare velocemente il settore.

Ne ha parlato Catherine Cussigh (Hachette Livre) alla giornata conclusiva del XXVII Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri di Venezia, lo scorso 29 gennaio, mettendo l’accento su alcuni punti che gli editori dovranno tenere presente per accelerare la crescita:

  1. occorre definire un catalogo ampio e adeguato, fatto non solo di classici, ma anche di opere nuove: gli editori dovrebbero quindi iniziare a pubblicare i nuovi titoli sia su carta sia in digitale;
  2. gli editori devono acquisire i diritti digitali, che oggi gli autori (specie nel mondo anglosassone) sono restii a concedere, perché attratti dalla possibilità di cederli direttamente alle piattaforme di vendita (Amazon), con royalties anche del 60%;
  3. vanno sviluppate nuove iniziative marketing e promozionali;
  4. il libro digitale, in ogni caso, non sarà una mera copia del libro di oggi, ma è destinato a diventare qualcosa di diverso, con caratteristiche proprie.

Sul fronte commerciale, occorrerà capire quale sarà nel nuovo scenario il ruolo delle librerie tradizionali, che dovranno fronteggiare la concorrenza di nuovi attori già presenti online, ma provenienti da settori diversi da quello del libro (ad esempio dalla tecnologia).

Cussigh ha poi ricordato la politica di prezzo altamente aggressiva che Amazon ha attuato negli Usa, mettendo in vendita di tutti i propri e-book al prezzo indistinto di 9,90 dollari, rispetto a un prezzo dell’equivalente cartaceo tra i 20 e i 35 dollari, con il rischio di vendere quasi sottocosto. Questa scelta, che ha di fatto collocato il prezzo standard di un e-book al di sotto dei 10 dollari (cioè meno della metà del prezzo dell’edizione cartacea), ha portato a uno sviluppo delle vendite, ma solo a vantaggio di Amazon, e al prezzo di una forte tensione con gli editori (una cui risposta può consistere nel dilazionare l’uscita dell’e-book per tutelare l’edizione cartacea e il prezzo), di una guerra dei prezzi tra Amazon e Wal Mart (che interessa anche il libro cartaceo) e di una catena del valore insostenibile in una situazione a rischio monopolio.

In Europa, dove il libro digitale non ha prezzo fisso per legge e non gode delle agevolazioni Iva del libro cartaceo, un target di prezzo ragionevole per l’e-book potrebbe collocarsi intorno al 20-30% sotto il prezzo dell’edizione cartacea.

Difficile, infine, fare previsioni sull’evoluzione delle tecnologie e sul comportamento dei consumatori. Negli Usa si stima vi siano oggi circa tre milioni di readers, contro i 15.000 della Francia; si può prevedere che nel mercato americano la cifra salirà a sei/sette milioni entro il 2010. Sono in arrivo nuove tecnologie più ricche e più sofisticate, con dispositivi più versatili che non saranno solo dei lettori di e-books: gli smartphone, l’iPad di Apple, ma anche il nuovo sistema operativo per la telefonia mobile di Google, Android.

In conclusione, Cussigh ha identificato quattro “sfide” per gli editori:

  1. sviluppare in modo creativo attività web e un’offerta di lettura in formato digitale ricca e nuova: l’opportunità del digitale va affrontata e colta, evitando il rischio di lasciare il campo a nuovi operatori, anche affrontando una profonda ridefinizione del proprio modo di essere editori;
  2. diffondere contenuti digitali quanto più ampiamente possibile, ma cercando di combattere la pirateria; i contenuti devono essere interoperabili, cioè adatti a essere letti su più dispositivi diversi, in modo che non si creino monopoli;
  3. proteggere i propri autori e il proprio capitale editoriale e valorizzare i diritti digitali, contrastando l’attacco di Google (che ha digitalizzato 12 milioni di titoli senza alcun rispetto per gli autori) e di Amazon (che cerca di attirarli con diritti elevatissimi);
  4. istituire una catena del valore che sia vantaggiosa per tutti coloro che hanno a che fare con la creazione; la nuova catena del valore sarà in ogni caso diversa da quella del libro su carta, ma deve risultare equa per tutti gli attori coinvolti e portare loro beneficio.

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