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i libri stanno diventando piu lunghi

I libri stanno diventando sempre più lunghi? Così sembrerebbe, stando a una ricerca di cui ha riferito in questi giorni il Guardian, condotta su più di 2500 libri apparsi in importanti classifiche (tra cui quella del New York Times e quella dei libri più ricercati su Google). Il numero di pagine medio sarebbe cresciuto del 25% negli ultimi 15 anni, passando dalle 320 pagine del 1999 alle 400 del 2014.

La tendenza non riguarda solo i libri americani e sembra trovare conferma in Gran Bretagna, confrontando i libri finalisti del Booker prize. Negli ultimi cinque anni i titoli premiati con questo riconoscimento avevano una lunghezza media di 520 pagine, contro una media di 300 negli anni precedenti. Il vincitore di quest’anno ne ha ben 700.

Secondo James Finlayson di Verve Search (che ha condotto la ricerca per conto di un editore digitale, Flipsnack), la crescita è dovuta principalmente allo spostamento dell’editoria verso il digitale. «In libreria, un libro molto lungo può incutere soggezione», spiega Finlayson al Guardian, «mentre su Amazon il numero di pagine è solo un’informazione scritta in piccolo, cui non si presta mai troppa attenzione». Anche la diffusione degli ebook reader avrebbe influito: portarsi dietro un libro voluminoso è scomodo, mentre averlo caricato nel Kindle non fa differenza.

Gli addetti ai lavori dell’editoria tendono invece a dare spiegazioni di tipo culturale. «Si parla tanto di morte del libro», dice l’agente letteraria Clare Alexander, «ma chi ama davvero leggere preferisce immergersi in una lettura lunga, proprio l’opposto dei frammenti di informazione che passiamo il tempo a scaricare da Google».

Anche Max Porter, editor di Granta, è convinto che il digitale non c’entri niente. Fra l’altro, dice, alcuni studi dimostrano che quattro ebook su dieci acquistati non vengono mai nemmeno iniziati, e in alcuni casi solo due su dieci vengono terminati (queste cose però succedono anche con i libri di carta). Secondo Porter l’aumento medio della foliazione è una scelta con la quale il romanzo contemporaneo riafferma la sua identità: «Questi romanzi hanno deciso di concedersi il lusso di essere lunghi e voluminosi, di chiedere al lettore di sedersi in poltrona, di spegnere il telefono e di dedicare loro un certo tempo».

Il fenomeno, però, potrebbe anche essere dettato da scelte commerciali più che letterarie. Il pubblico ha sempre premiato la percezione di value for money che accompagna i libri di una certa lunghezza. Come osserva Alex Bower, editor di Jonathan Cape, i libri di alto profilo tendono effettivamente a essere un po’ più lunghi. Ma i best-seller più commerciali forse sono semplicemente un po’ gonfiati.

In Italia, mercato meno florido di quello anglosassone, la lotta contro i costi di produzione tende tradizionalmente a spingere gli editori (specialmente piccoli e medi) a contenere il numero di pagine anziché aumentarlo. Guarda caso, però, il romanzo dell’anno, Storia della bambina perduta di Elena Ferrante, unico libro italiano fra i dieci migliori del 2015 secondo il New York Times, ha 450 pagine (e in edizione americana anche qualcuna in più). La foliazione media dei libri in cinquina all’ultimo Campiello è “solo” di 274 pagine, contro le 200 dei cinque finalisti di quindici anni fa. E il vincitore dello Strega 2015, La ferocia di Nicola Lagioia, ha 424 pagine, contro le 332 del vincitore del 2000. Sarà forse solo una coincidenza, ma siamo molto vicini alla differenza di 80 pagine riscontrata dalla ricerca americana.

Oliver Sacks

Su la Repubblica è uscito nei giorni scorsi un articolo molto interessante di Oliver Sacks sul libro e la lettura. Il ragionamento del neurologo inglese parte dalle sue fatiche nella lettura, causate dai problemi di vista, e dalla difficoltà di reperire libri a grandi caratteri (tema tradizionalmente sottovalutatissimo dall’editoria, in genere ossessionata dal riuscire a stipare più caratteri in una pagina per vendere più parole a minor costo). E spiega che la lettura è un’attività che ha modalità fortemente individuali, e può giovarsi dell’esistenza di libri in molteplici formati, adatti alle varie esigenze. Il che pare banale, se non fossimo ancora molto indietro nel lavoro di analisi delle abitudini di lettura, per poi studiare formati editoriali congeniali alle varie preferenze, e ancora eterodiretti da semplificazioni poco o per nulla utili, quali l’epico scontro fra entusiasti digitali vs. nostalgici del fruscio della carta: lo stesso Sacks, in realtà, non sembra affatto farsi paladino del «profumo del libro di carta», ma semmai della molteplicità dei formati. «Gli scritti dovrebbero essere accessibili nel maggior numero di formati possibili» scrive alla fine dell’articolo. «George Bernard Shaw chiamava i libri la memoria della razza. Non dobbiamo consentire la scomparsa di nessuna forma di libro, perché siamo tutti individui, con esigenze e preferenze fortemente individualizzate: preferenze radicate nei nostri cervelli a ogni livello, con i nostri modelli neurali e le nostre reti neurali individuali che creano un dialogo profondamente personale fra autore e lettore». Ecco di seguito l’articolo di Sacks.

La resistenza del libro che profuma di carta

di Oliver Sacks (da la Repubblica, 27 dicembre 2012)

È appena uscito un mio libro, ma non riesco a leggerlo perché, come milioni di persone, ho dei disturbi alla vista. Devo usare una lente di ingrandimento ed è una procedura lenta e macchinosa, perché il campo visivo è ristretto e non posso vedere una riga intera in un colpo solo, per non parlare di un intero capoverso. Quello di cui avrei davvero bisogno è un’edizione a grandi caratteri, che possa leggere (a letto o in bagno, che è dove leggo di solito) come qualsiasi altro libro. Alcuni dei miei libri precedenti sono disponibili in questo formato, e mi è preziosissimo quando devo fare una lettura pubblica. Ora mi dicono che una versione stampata a grandi caratteri non è “necessaria”: ci sono i libri elettronici, che ti consentono di ingrandire a piacimento la dimensione dei caratteri.

Ma io non voglio un Kindle, o un Nook, o un iPad, tutta roba che potrebbe cadermi in bagno o rompersi, e ha comandi che per vederli mi servirebbe la lente di ingrandimento. Voglio un libro vero, fatto di carta stampata: un libro che abbia un peso, che odori di libro, come sono stati i libri negli ultimi cinque secoli e mezzo.

Voglio un libro che possa infilarmi in tasca o tenere insieme ai suoi confratelli sugli scaffali della mia libreria, riscoprendolo per caso perché mi ci cade l’occhio sopra. Quando ero ragazzo, alcuni dei miei parenti anziani, e anche un cugino giovane che vedeva male, usavano le lenti di ingrandimento per leggere. L’introduzione di libri a grandi caratteri, negli anni Sessanta, fu una manna dal cielo per loro e per tutti i lettori ipovedenti. Spuntarono fuori case editrici specializzate in edizioni a grandi caratteri per biblioteche, scuole e singoli lettori, e nelle librerie o nelle biblioteche trovavi sempre qualche libro del genere.

Nel gennaio del 2006, quando cominciai ad avere problemi alla vista, mi chiedevo come avrei fatto. C’erano gli audiolibri  –  qualcuno ne avevo registrato io stesso  –  ma io sono essenzialmente un lettore, non un ascoltatore. Sono un lettore incallito da quando ho memoria: spesso conservo nella mia mente quasi automaticamente numeri di pagina o l’aspetto dei capoversi e delle pagine, e sono in grado di trovare all’istante un certo passaggio in quasi tutti i miei libri. Io voglio libri che mi appartengano, libri la cui impaginazione intima mi diventi cara e familiare. Il mio cervello è tarato sulla lettura e quello che mi serve sono sicuramente i libri a grandi caratteri.

Ma oggi trovare testi di qualità in questo formato in una libreria è un’impresa. L’ho scoperto di recente quando sono andato da Strand, la libreria newyorchese famosa per i suoi chilometri di scaffali, dove mi rifornisco da mezzo secolo. Avevano una sezione (piccola) dedicata ai libri a grandi caratteri, ma era occupata prevalentemente da manuali e romanzi spazzatura. Nessuna raccolta di poesie, nessuna opera teatrale, nessuna biografia, nessun saggio scientifico. Niente Dickens, niente Jane Austen, nessuno dei classici; niente Bellows, niente Roth, niente Sontag. Sono uscito frustrato, e furioso: gli editori pensano forse che chi ha disturbi alla vista abbia anche disturbi al cervello?

Leggere è un compito enormemente complesso, che richiede l’intervento di varie parti del cervello, ma non è un’abilità che gli esseri umani hanno acquisito attraverso l’evoluzione (a differenza del parlare, che è in buona parte una capacità innata). Leggere è uno sviluppo relativamente recente, che risale forse a cinquemila anni fa ed è regolato da una minuscola area della corteccia visiva del cervello. Quella che oggi chiamiamo “area per la forma visiva delle parole” fa parte di una regione corticale che si è evoluta per riconoscere forme elementari in natura, ma che può essere riadattata al riconoscimento di lettere o parole. Questa forma elementare, o riconoscimento di lettere, è solo il primo passo.

Da questa area per la forma visiva delle parole bisogna creare connessioni bidirezionali a molte altre parti del cervello (tra cui quelle che sovrintendono alla grammatica, ai ricordi, alle associazioni e alle sensazioni) perché le lettere e le parole acquisiscano i loro significati specifici per noi. Ognuno di noi forma percorsi neurali unici associati alla lettura, e ognuno di noi apporta all’atto del leggere una combinazione unica non solo di ricordi ed esperienze, ma anche di modalità sensoriali. Alcune persone magari “sentono” i suoni delle parole mentre leggono (a me succede, ma solo quando leggo per piacere, non quando leggo per informazione); altri magari le visualizzano, consapevolmente o meno. Qualcuno può avere una percezione acuta dei ritmi acustici o dell’enfasi di una frase; altri sono più sensibili all’aspetto o alla forma.

(continua a leggere sul sito de la Repubblica)

Gratis di Chris Anderson è uno dei manuali fondamentali per muoversi nell’economia del prossimo decennio e va letto assolutamente. Perché il tema del libro non riguarda le strategie di prezzo (insomma una questione per addetti di marketing), ma le leggi economiche: che nella cosiddetta economia digitale sono quelle di sempre… o quasi, salvo qualche dettaglio. In poche parole: il valore non si crea e non si distrugge, si sposta. Si sposta dalle aree dove c’è abbondanza (e quindi i beni di cui abbiamo abbondante disponibilità tendono a perdere valore) a quelle dove c’è scarsità. La regola base è quella ottocentesca di Bertrand: «In un mercato competitivo, il prezzo tende a calare fino al costo marginale». Ma che cosa succede se il costo marginale diventa così basso da essere irrilevante? Succede che, oltrepassata una certa soglia psicologica, si smette di misurarlo, e piuttosto che fissare un prezzo bassissimo si passa all’opzione gratis. Tutto ciò potrebbe restare ipotesi di scuola, se non fosse per il fatto che la materia prima dell’economia contemporanea, cioè il bit, ha ormai un costo bassissimo grazie alla nota legge di Moore. Ecco perché Yahoo Mail può permettersi di offrire capacità illimitata di memoria a costo zero per competere con Google: quella memoria ha un costo marginale irrilevante.

Ma attenzione: l’informazione non è fatta solo di bit, ma anche di idee. «La legge di Moore parla della struttura fisica del computer, ma l’informazione è la merce immateriale su cui agisce quella struttura». Se è vero che il valore non scompare, ma si sposta da un’altra parte, le migrazioni del valore nell’economia digitale sono un processo non unidirezionale che faceva dire a Stewart Brand la famosa frase:

Da un lato l’informazione vuole essere costosa, perché ha molto valore: l’informazione giusta nel posto giusto ci cambia la vita. D’altro canto, l’informazione vuole essere gratis, perché produrla sta diventando sempre più economico. Quindi queste due tendenze sono in rivalità.

O, più semplicemente:

L’informazione abbondante vuole essere gratuita. L’informazione scarsa vuole essere costosa.

Le strade lungo le quali si sposta il valore disegnano schemi non completamente nuovi (anzi, alcune forme di gratis sono ben note da tempo), ma che stanno cambiando proprio grazie alla quantità di informazione abbondante che circola nell’economia digitale.

Tutte le forme di gratis si riducono in ultima analisi a variazioni sullo stesso tema: far muovere il denaro da prodotto a prodotto, da persona a persona, dall’adesso al dopo, oppure verso mercati non monetari e poi di novo fuori da quei mercati. Gli economisti li chiamano cross subsidies, sovvenzionamenti incrociati.

I sovvenzionamenti incrociati sono i vari modi nei quali l’economia riesce a fare in modo che una cosa che ha un valore prima o poi venga pagata, anche se non subito o non direttamente da chi ne usufruisce: ad esempio prodotti a pagamento sovvenzionano prodotti gratuiti, pagamenti di domani sovvenzionano i prodotti gratis di oggi, persone che pagano sovvenzionano persone che non pagano. I modelli di gratis tendono secondo Anderson a disporsi in quattro categorie principali:

1) sovvenzionamenti incrociati diretti (articoli civetta, pacchetti di servizi con componenti gratis, carte di credito ecc.)

2) mercati a tre vie (media)

3) Freemium (versione free e versione premium)

4) mercati non monetari (Wikipedia).

I libri, secondo Anderson, si dispongono prevalentemente nella categoria del Freemium. La gran parte dei lettori continua a preferire la versione cartacea, sia per ragioni funzionali che per il piacere legato all’oggetto libro. Ma il libro digitale distribuito gratis (in versione parziale o integrale) può essere uno strumento potente per stimolare la domanda. Inoltre, nel caso della saggistica (soprattutto economico-finanziaria) si presenta un modello simile a quello della musica: il libro (digitale o fisico) è regalato per vendere qualcos’altro.

Il libro digitale, che presenta bassi costi marginali, è in realtà uno strumento di marketing per eventi ad alti costi marginali come conferenze e consulenze: esattamente come la musica gratis è marketing per i concerti. Si può avere gratis la versione abbondante, a taglia unica, delle idee dell’autore: ma se volete quelle idee tagliate su misura per la vostra azienda, il vosto convegno o riunione degli investitori, dovrete pagare per lo scarso tempo dell’autore (sì, anch’io seguo questo modello. I dettagli del mio onorario sono su mio sito!).

Kevin Kelly, ex direttore di Wired, ha postato recentemente un articolo importante su What Books Will Become nel suo blog The Technium. Kelly parte innanzitutto da una definizione del libro, problema non banale mentre le caratteristiche fisiche dell’oggetto (la carta, le pagine, la copertina) sembrano cessare di rappresentare attributi essenziali per la sua identificazione. Scrive Kelly:

Un libro è una storia, un’argomentazione o un corpus di conoscenza in sé concluso [self-contained] che richiede più di un’ora per essere letto. Un libro è completo nel senso che contiene in sé il proprio inizio, il proprio centro e la propria fine.

Questa definizione non ha solo il pregio di identificare il “libro” indipendentemente dal suo formato fisico, ma consente anche di superare insufficienze nomenclatorie del passato: esclude, infatti, oggetti che impropriamente sono equiparati ai “libri” fisici, come un elenco del telefono o un libro con le pagine bianche (su tale ambiguità gioca brillantemente il recente best-seller What Every Man Thinks About Apart From Sex).

Se invece le pagine del libro scompaiono, quel che resta del libro è la sua struttura concettuale. La domanda successiva è inevitabile: questa struttura concettuale, il “contenitore intangibile” che possiamo ancora chiamare libro, è destinata a diventare un fossile o offre ancora dei vantaggi rispetto alle molte e diverse forme alternative di testo disponibili nell’età digitale? Gli stessi testi “librari”, venendo meno il loro contenitore fisico, non tendono nella rete «a dissolversi in un groviglio indifferenziato di parole»?

L’utilizzo di dispositivi dedicati sembra avere qualcosa a che fare con la possibilità di continuare a identificare il “libro” come tale e nello stesso tempo apre scenari di lettura affascinanti. La tecnologia e-ink potrà applicarsi a supporti di misure e forme diverse (fino a piccoli display che mostrano una sola parola per volta), da tablet di varie dimensioni a schermi sottili e flessibili simili all’attuale carta, ripiegati come gli odierni giornali o magari rilegati e tenuti insieme da copertine di varia foggia e materiale, a imitazione di belle edizioni cartacee capaci di modificare il proprio contenuto con un semplice clic. Un e-book potrebbe essere venduto accompagnato dalla raccomandazione su quale tipo di reader utilizzare per la migliore visualizzazione, ma anche proiettato con un microdispositivo laser su qualunque superficie disponibile.

Di più, nota Kelly, se leggiamo un libro guardando uno schermo digitale, lo schermo può guardare noi, e può reagire in maniera adattiva alla nostra lettura, modificandosi in base alla velocità con cui leggiamo, alle aree del testo su cui ci soffermiamo, o a mille altre sfumature. Dal testo adattivo all’opera aperta la cui trama è decisa dal lettore il passo è breve: l’idea di romanzi con plot o finali alternativi, che finora non ha preso piede ma si è affermata con forza nei videogames, potrebbe tornare in futuro di attualità.

Altro campo tutto da esplorare sarà quello dei libri con immagini in movimento, nuovi oggetti ibridi che renderanno necessario

un intero set di strumenti che oggi non abbiamo. Al momento è difficile sfogliare immagini in movimento, analizzare un film, annotare un fotogramma. Idealmente vorremmo avere lo stesso potere, la stessa facilità e lo stesso agio di manipolare le immagini in movimento che abbiamo quando manipoliamo un testo; vorremmo poterle indicizzare, citare, tagliare e incollare, riassumere, riportare, linkare e parafrasarne il contenuto. Una volta che avremo conquistato questi strumenti (e queste capacità) potremmo creare una classe di libri altamente visuali, ideali per la formazione e l’istruzione.

Questi sviluppi (non troppo futuribili) riportano alla domanda di partenza: che cos’è un libro? Innanzitutto, secondo Kelly, il libro digitale è destinato a diventare «un flusso più che un artefatto», un testo cui avere accesso più che un oggetto da comprare. E sebbene nella fase attuale i «custodi del mercato» cerchino in tutti i modi di difendere la logica dell’“acquisto” (e quindi di impedire la copia e la manipolazione del testo), la «liquidità degli ebooks» è destinata ad avere alla fine la meglio.

Annotare, segnare, sottolineare, fare le orecchie, inserire riferimenti incrociati e hyperlink, riassumere, condividere, commentare dovranno essere attività tipiche della lettura digitale. La lettura è destinata a diventare sempre più un fatto sociale. Vorremo condividere reazioni e commenti a un libro letto, collegare fra loro passaggi di libri diversi (o di libri e di film), leggere le glosse di altri lettori (potremo persino volerci “abbonare” alle glosse di lettori influenti). Ogni libro potrebbe diventare un “network” ben più complesso di quanto non possa esserlo già oggi: in fin dei conti è da sempre possibile in un libro “linkare” il titolo di altri libri o riportarne brani, ma le possibilità aperte dal testo digitale sono ben maggiori. Basti pensare a Wikipedia e immaginarla come un unico enorme libro fitto di hyperlink per farsi un’idea di che cosa potrebbe diventare in futuro, potenzialmente, ogni libro in un’unica sterminata biblioteca universale.

Crescerà, secondo Kelly, l’importanza della scrittura collettiva (ogni libro che rimanga privo di un network di commenti, discussioni, riferimenti collettivamente elaborati sembrerà povero e nudo); l’accesso ai libri sarà facile e per lo più gratuito o reso possibile da canoni di abbonamento, ma in mezzo a un’offerta sterminata sarà difficile trovare i libri; di qui il valore del network come strumento per avvicinare libri e lettori. E il libro con il suo network, le sue versioni preparatorie e i suoi aggiornamenti e commenti diventerà un’opera aperta in continua evoluzione.

Ha senso, conclude Kelly, continuare a chiamare libri questi oggetti?

È possibile che in futuro l’unità della biblioteca universale non sia più il libro, ma la frase, il paragrafo, o il capitolo? Certo che è possibile. La forma lunga, però, ha una sua forza. Una storia in sé conclusa, un’unità narrativa o un’argomentazione sviluppata fino in fondo esercitano su di noi una strana attrazione. Possiedono una naturale risonanza che disegna intorno a loro una rete. Possiamo scomporre i libri nei tanti pezzetti che li compongono e ricucire questi ultimi nel web, ma il più alto livello organizzativo del libro continuerà ad essere il centro dell’attenzione, la risorsa scarsa delle nostra economia. Un libro è un’unità di attenzione. Un fatto è interessante, un’idea è importante, ma solo una storia, una buona argomentazione, una narrazione ben congegnata ci colpiscono in modo indimenticabile. Come ha detto Muriel Rukeyser, «l’universo è fatto di storie, non di atomi».

Molte attenzioni sono oggi rivolte al confronto fra gli ebook readers, alla ricerca dell’oggetto che consenta la migliore esperienza di lettura e nello stesso tempo “contenga” gli ebook che “compriamo”. La seconda preoccupazione, secondo Kelly, è destinata a venir meno. Nell’arco di 10-20 anni non compreremo più singoli libri (né singole canzoni o singoli film), ma avremo accesso, pagando un canone, alla possibilità di “prendere a prestito” il testo che ci serve. Quello che ci servirà veramente, conclude Kelly, sarà un dispositivo di lettura che consenta di dedicare a un libro la giusta attenzione. Come sarà fatto questo dispositivo, è ovviamente tutto da definire.

Stefano Tonchia, nel suo bel libro sul Lean Management (oggi presentato all’Unione industriali di Pordenone), ricorda che il termine greco più vicino al nostro concetto di Qualità è areté: «la virtù, l’eccellenza in tutti i suoi (inscindibili) aspetti: modo perfetto d’essere, abilità ma anche virtù morali, qualcosa che non può non essere mostrato se non nell’azione, realizzazione della propria essenza, e pertanto necessità di mantenersi in tale stato e quindi perseveranza, capacità di essere abitualmente eccellenti» (p. 2).

Qual è l’areté del libro? In che cosa consiste la realizzazione della sua essenza, il suo modo perfetto d’essere che non può se non mantenersi tale, la sua capacità di perseverare nell’eccellenza anche attraverso le metamorfosi tecnologiche?

La questione del futuro del libro (o, secondo alcuni, della sua morte annunciata) presenta due livelli molto diversi, come ha ricordato Serge Latouche in un suo recente intervento su Crisi dell’editoria e/o crisi di civiltà. «Il primo livello è quello dell’attualità e delle modifiche provocate dall’evoluzione tecnoscientifica. Il secondo è quello di una profonda riflessione sul rapporto fra il pensiero e la sua trasmissione. Se il primo livello occupa oggi il centro della scena, è importante non dimenticare il secondo, perché in ultima analisi è quello che permette di cogliere le vere sfide poste in gioco dal cambiamento».

Al livello dell’attualità si danno battaglia per assicurarsi il nuovo promettente mercato operatori economici che vedono nel libro digitale un prodotto telescaricabile fra i tanti, come la musica, i videogiochi o gli audiolibri. I professionisti del libro e della cultura tradizionale assistono «perplessi, confusi e persi» a una battaglia di cui sono per lo più spettatori, un po’ «superati, se non addirittura passati di moda»: nella peggiore delle ipotesi correndo il rischio di fare da «vittime sacrificali sull’altare di quello che si continua a chiamare impropriamente progresso»; nella migliore, cogliendo l’opportunità di lanciarsi anche loro un po’ nel gioco, stringendo accordi con i colossi del nuovo mercato e facendosi concorrenza l’un l’altro come offerenti. Ma in entrambi i casi senza dimostrare di possedere una strategia comune o una visione di ciò che potrà accadere.

Ed è un grosso problema, perché se è pur vero, ricorda Latouche, che nonostante tutto «l’editoria e la cultura sono anche mercati con i propri professionisti (imprenditori, industriali, capitalisti), gli editori non sono solo questo. Le battaglie sul diritto d’autore, i copyright, i brevetti (fonti inesauribili di processi che sono vacche grasse per gli studi legali) tendono ad assumere un ruolo guida nella produzione e diffusione della conoscenza e della cultura». Gli intellettuali, equamente divisi fra gli entusiasti del libro digitale e quelli che, confondendo la realtà coi propri desideri, si dicono certi dell’immortalità del libro tradizionale, farebbero meglio a sforzarsi di «capire il significato e la portata di una probabile scomparsa del libro piuttosto che fare ipotesi sulla possibilità di questa o quella formula alternativa, risultato di lotte tecnologiche, economiche, politiche e mediatiche alle quali si rivolgono le parti interessate che creeranno i supporti culturali di domani».

Un’analisi più approndita delle conseguenze della rivoluzione digitale, per Latouche, deve riguardare almeno due aspetti importanti: il modo di funzionamento del pensiero umano e il futuro della nostra civiltà. Quanto al primo aspetto, il funzionamento del pensiero umano si sta presentando in forme diverse che non è possibile semplicemente gerarchizzare lungo una linea di progresso (nella misura in cui, ad esempio, non è possibile dimostrare l’inferiorità delle culture orali), ma che sono strettamente legate ai supporti materiali e ai loro utilizzi. Le memorie elettroniche rappresentano oggi il supporto fisico della scrittura così come lo sono stati in passato le tavolette della scrittura cuneiforme, le ostrakon, i papiri, le pergamene e la carta e, «che lo si voglia o no, anche i portatori di un nuovo funzionamento del pensiero», già visibile nei nuovi linguaggi giovanili degli SMS e nelle forme poetiche che ne derivano (slam poetry).

Questo nuovo sistema implica per Latouche un doppio problema. Da un  lato la complessità e l’interdipendenza globale delle reti comportano una fragilità che avvicina la cultura digitale alla cultura orale (l’ipotesi di un enorme blackout mondiale, da alcuni studiosi presa seriamente in considerazione a proposito della fine del petrolio o di fatti catastrofici, equivarrebbe a un colossale incendio di tutte le librerie e le biblioteche del mondo). Dall’altro lato, il supporto digitale ci mette di fronte a una sovrabbondanza di messaggi che va nella direzione opposta, verso una vera e propria inondazione di dati, non più arginati e selezionati come in precedenza per effetto degli stessi limiti fisici dei supporti usati (tra i quali in primis la memoria umana, unico supporto disponibile nelle civiltà orali). Il peggio, nota Latouche, è che nella Biblioteca di Babele della scrittura digitale, dove trionfano la mediocrità e l’ottusità di blog che «liberano a fiumi pensieri banali e grezzi, dove le parole sono state messe a caso, senza essere pulite e ripulite», troppe informazioni, anche se forse non memorabili, sono non prive di qualche interesse. «Sapremo noi gestire questa illimitatezza? O saremo condannati a navigare nel superficiale e nell’effimero?»

Quanto al secondo aspetto, per Latouche l’ipertrofia della produzione culturale «non è estranea a ciò che minaccia la società della crescita, vale a dire una società inghiottita da un’economia di crescita la cui legge è il “sempre di più”. Il processo di trasformazione delle persone e delle cose in atomi digitali è allo stesso tempo un immenso lavoro intellettuale di astrazione ed un’impresa mostruosa di alienazione umana e di devastazione della natura. Per quanto riguarda il pensiero, tutto deve essere ridotto in numeri ed essere calcolabile; nella realtà, tutto deve essere trasformato in merci interscambiabili. La vita culturale della iper-modernità rischia di crollare come la società stessa, e non a causa di una perversione intrinseca del digitale (che rimane un risultato straordinario dell’ingegno umano), ma a causa dell’intrinseca perversione dell’omnimercificazione del mondo e dell’imperialismo dell’economia».

Lungi dal negare la potenza dello strumento Internet come strumento di condivisione e scambio della conoscenza (spendibile anche nella «lotta contro la megamacchina»), Latouche però, parafrasando Nietzsche, vede nell’universo tecnico contemporaneo una vera e propria “avanzata del deserto”. Inevitabile, a meno di non «inventare dei percorsi di resistenza al deserto e alla desolazione»: percorsi che sono «il luogo stesso del pensiero» e conducono in direzione della decrescita. Solo la società della decrescita – conclude il filosofo francese – offre una autentica possibilità di salvare il libro, o se non altro i valori dei quali il libro è portatore. Ammesso che ciò possa avvenire prima che le nuove generazioni abbiano completamente perso l’abitudine alla lettura quale oggi la conosciamo. Il conto alla rovescia è cominciato.

Il mercato Usa degli e-book ha raggiunto nel 2009 i 150 milioni di dollari, contro un fatturato totale del settore librario pari a circa 11 miliardi di dollari; con un aumento del 450% in tre anni. Nel 2010 arriverà probabilmente a 250 milioni, cioè a una quota di circa il 2% sul fatturato del settore. L’Europa è molto più indietro (in Francia, all’inizio del 2009, la sua consistenza era intorno al milione di euro) ma le vendite hanno subito un’accelerazione molto forte nel 2009; l’esempio americano lascia supporre che anche il mercato europeo possa crescere rapidamente. Sebbene la posta in gioco sia molto diversa a seconda dei settori (nell’editoria scientifica o giuridica si annuncia un 50% del mercato di qui a cinque anni) e l’offerta sia ancora largamente incompleta e di scarsa ampiezza, gli editori stanno dimostrando di voler sviluppare velocemente il settore.

Ne ha parlato Catherine Cussigh (Hachette Livre) alla giornata conclusiva del XXVII Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri di Venezia, lo scorso 29 gennaio, mettendo l’accento su alcuni punti che gli editori dovranno tenere presente per accelerare la crescita:

  1. occorre definire un catalogo ampio e adeguato, fatto non solo di classici, ma anche di opere nuove: gli editori dovrebbero quindi iniziare a pubblicare i nuovi titoli sia su carta sia in digitale;
  2. gli editori devono acquisire i diritti digitali, che oggi gli autori (specie nel mondo anglosassone) sono restii a concedere, perché attratti dalla possibilità di cederli direttamente alle piattaforme di vendita (Amazon), con royalties anche del 60%;
  3. vanno sviluppate nuove iniziative marketing e promozionali;
  4. il libro digitale, in ogni caso, non sarà una mera copia del libro di oggi, ma è destinato a diventare qualcosa di diverso, con caratteristiche proprie.

Sul fronte commerciale, occorrerà capire quale sarà nel nuovo scenario il ruolo delle librerie tradizionali, che dovranno fronteggiare la concorrenza di nuovi attori già presenti online, ma provenienti da settori diversi da quello del libro (ad esempio dalla tecnologia).

Cussigh ha poi ricordato la politica di prezzo altamente aggressiva che Amazon ha attuato negli Usa, mettendo in vendita di tutti i propri e-book al prezzo indistinto di 9,90 dollari, rispetto a un prezzo dell’equivalente cartaceo tra i 20 e i 35 dollari, con il rischio di vendere quasi sottocosto. Questa scelta, che ha di fatto collocato il prezzo standard di un e-book al di sotto dei 10 dollari (cioè meno della metà del prezzo dell’edizione cartacea), ha portato a uno sviluppo delle vendite, ma solo a vantaggio di Amazon, e al prezzo di una forte tensione con gli editori (una cui risposta può consistere nel dilazionare l’uscita dell’e-book per tutelare l’edizione cartacea e il prezzo), di una guerra dei prezzi tra Amazon e Wal Mart (che interessa anche il libro cartaceo) e di una catena del valore insostenibile in una situazione a rischio monopolio.

In Europa, dove il libro digitale non ha prezzo fisso per legge e non gode delle agevolazioni Iva del libro cartaceo, un target di prezzo ragionevole per l’e-book potrebbe collocarsi intorno al 20-30% sotto il prezzo dell’edizione cartacea.

Difficile, infine, fare previsioni sull’evoluzione delle tecnologie e sul comportamento dei consumatori. Negli Usa si stima vi siano oggi circa tre milioni di readers, contro i 15.000 della Francia; si può prevedere che nel mercato americano la cifra salirà a sei/sette milioni entro il 2010. Sono in arrivo nuove tecnologie più ricche e più sofisticate, con dispositivi più versatili che non saranno solo dei lettori di e-books: gli smartphone, l’iPad di Apple, ma anche il nuovo sistema operativo per la telefonia mobile di Google, Android.

In conclusione, Cussigh ha identificato quattro “sfide” per gli editori:

  1. sviluppare in modo creativo attività web e un’offerta di lettura in formato digitale ricca e nuova: l’opportunità del digitale va affrontata e colta, evitando il rischio di lasciare il campo a nuovi operatori, anche affrontando una profonda ridefinizione del proprio modo di essere editori;
  2. diffondere contenuti digitali quanto più ampiamente possibile, ma cercando di combattere la pirateria; i contenuti devono essere interoperabili, cioè adatti a essere letti su più dispositivi diversi, in modo che non si creino monopoli;
  3. proteggere i propri autori e il proprio capitale editoriale e valorizzare i diritti digitali, contrastando l’attacco di Google (che ha digitalizzato 12 milioni di titoli senza alcun rispetto per gli autori) e di Amazon (che cerca di attirarli con diritti elevatissimi);
  4. istituire una catena del valore che sia vantaggiosa per tutti coloro che hanno a che fare con la creazione; la nuova catena del valore sarà in ogni caso diversa da quella del libro su carta, ma deve risultare equa per tutti gli attori coinvolti e portare loro beneficio.

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