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Ridare fiducia, rilanciare l’occupazione, stabilire nuove regole per i mercati finanziari: sono queste, secondo Amartya Sen, le cose più urgenti da fare per uscire dalla crisi. Ma l’economia deve anche saper volare alto, combattere le disuguaglianze, uscire dalla “tirannia” del Pil, pensare lo sviluppo in termini di estensione della qualità della vita e della libertà. Mentre esce anche in Italia il suo ultimo libro L’idea di giustizia, il premio Nobel indiano ha tenuto il 25 maggio una lectio magistralis su “Oltre il Pil” a Bologna, a margine della quale ha risposto alle domande della stampa.

La critica al Pil e la ricerca di strumenti più ampi di valutazione economica e sociale sono da tempo al centro del lavoro di Sen, che fa parte (insieme a Stiglitz, a Fitoussi e ad altri economisti) della Commissione incaricata da Sarkozy di elaborare una serie di proposte in materia. «Il Pil misura la produzione di beni e servizi che possiamo comprare, ma presenta tre problemi – spiega Sen -. Si concentra sui beni e non sulle persone; guarda alla totalità dei beni prodotti e non alla loro distribuzione; ci dice quello che possiamo comprare oggi ma non quello che potremo comprare in futuro.

Mettere al centro la qualità della vita delle persone (e non la mera produzione di beni) è un buon punto di partenza per andare oltre il Pil». I metodi per valutare lo standard di vita secondo l’analisi di Sen si riconducono sostanzialmente a tre: la ricchezza (il Pil), la felicità, le capacità e la libertà (approccio sostenuto da Sen). Il rapporto della Commissione Stiglitz li ha presentati tutti e tre, con la proposta di alcuni correttivi, ma Sen non nasconde le sue critiche di fondo ai primi due.

Sul primo dice: «La ricchezza da sola non ci garantisce di poter vivere la vita cui aspiriamo. Dobbiamo anche poter convertire la ricchezza in qualità di vita, e questo dipende da vari fattori personali e di contesto. La povertà è difficile da eliminare proprio perché non è solo insufficienza di reddito, ma è l’incapacità di raggiungere un livello di vita accettabile. Se una famiglia africana emigra a New York deve comprare un televisore, altrimenti i bambini non riusciranno a integrarsi fra i coetanei. Così la soglia di reddito di cui ha bisogno per uscire dalla povertà si alza. Dobbiamo concentrarci sulla libertà di fare ciò che vogliamo delle nostre vite, non sul reddito».

Anche il tema della sostenibilità andrebbe ripensato in questa chiave. «La famosa definizione di sostenibilità del rapporto Brundtland – “soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle future generazioni di soddisfare i propri” – andrebbe riformulata tenendo conto che non abbiamo solo bisogni, ma anche valori. Su molte questioni, basti pensare alla tutela delle specie in via di estinzione, le nostre scelte sono dettate da senso di responsabilità, non dai possibili impatti sul nostro standard di vita. Credo che uno sviluppo sostenibile dovrebbe tendere a preservare, e possibilmente estendere, non solo lo standard di vita, ma anche le libertà di cui godiamo oggi, senza compromettere la capacità delle future generazioni di godere delle nostre stesse libertà, o anche di libertà maggiori».

Professor Sen, come giudica l’alto livello del debito pubblico italiano e le manovre di contenimento del debito in Europa?

Rispondo in tre punti. Primo, la preoccupazione per il deficit è giusta, ma credo sia anche importante valutare razionalmente le alternative. Secondo, la percentuale del deficit dipende anche dalla crescita: è più facile fronteggiare il deficit in fasi di crescita sostenuta. In passato sia negli Usa che in Europa c’è stato un rapporto deficit/Pil anche più alto dell’attuale, ma in presenza di un’espansione economica che seguiva periodi molto difficili, come dopo la grande depressione o la seconda guerra mondiale, e non di una situazione di ristagno della crescita come l’attuale. È importante tener conto di questi fattori, perché politiche approvate in una situazione di panico possono avere ripercussioni molto negative sulla crescita dell’economia.

Terzo?

L’elemento psicologico. Un debito pubblico molto elevato può incrinare la fiducia della comunità finanziaria. Il problema della Grecia è stato aggravato dalla sfiducia dei mercati finanziari: i titoli di Stato sono diventati più difficili da vendere, le agenzie di rating li hanno classificati in alcuni casi come spazzatura, questo ha causato un aumento dei tassi di interesse e aggravato ulteriormente la crisi. Il panico può generare profezie che si autoavverano e che finiscono per giustificare il panico iniziale. Molte politiche di contenimento del deficit sembrano più rivolte ai mercati finanziari che alla situazione reale dell’economia, che è meno drammatica del panico finanziario e delle preoccupazioni che la circondano.

Come valuta l’idea di guardare non solo al rapporto del Pil con il deficit pubblico, ma anche con l’indebitamento privato delle famiglie e delle imprese?

Lo trovo giusto. Si tende a esagerare l’importanza del debito pubblico senza guardare all’indebitamento privato. Nell’economia moderna le attività industriali e commerciali prendono a prestito fondi e li restituiscono. Una situazione di panico sul debito pubblico senza alcuna attenzione all’indebitamento è fuorviante: il debito pubblico è diventato un problema così grave solo perché il mondo e le comunità finanziarie lo considerano tale. Basti pensare che i governi sono le uniche entità che hanno il diritto sovrano di creare fondi, quindi forse potremmo preoccuparci un po’ meno dell’indebitamento nazionale.

Lei ha espresso ottimismo su un possibile miglioramento dell’economia all’inizio del prossimo anno, lo conferma?

Sì, perché la crisi è stata generata da politiche economiche miopi, dall’eliminazione di troppi strumenti di regolazione e di controllo, (specie degli Usa), con l’effetto di liberalizzare settori, come quello assicurativo, dove la speculazione era molto presente. Questo ha creato una situazione di instabilità. Credo quindi che ci siano possibilità di ripresa legate a scelte più oculate in questa direzione. Un buon esempio viene dall’economia americana. All’inizio gli Usa hanno dovuto ricostruire la fiducia attraverso un grosso pacchetto di stimoli. Ora sono necessarie misure per l’occupazione: ma stiamo andando nella direzione giusta, e per questo guardo alla situazione con ottimismo.

Si è discusso di diversità all’AIF Day del 20 marzo. Il rapporto con le diversità è il grande tema, non solo delle nostre aziende, ma delle nostre società. È il tema che diventa centrale, il Tema con la t maiuscola, man mano che la società si apre. Si va verso l’internazionalizzazione, la società aperta, ma il prezzo, la difficoltà che questi cambiamenti portano con sé, è il fatto che le comunità locali diventano eterogenee. È comprensibile che qualcuno lo consideri un bene, e che qualcuno ci veda un autentico disastro. Il diverso, come nella favola, è un elefante in casa di una giraffa, che per quanto sia animato dalle intenzioni più amichevoli non appena si muove distrugge i muri, se sale le scale demolisce i gradini… Un impatto devastante.

Quando ero bambino e andavo alle scuole elementari, negli anni sessanta, in classe c’era al massimo qualche bambino meridionale: e veniva additato come uno un po’ “strano”. I miei figli vanno a scuola nel centro di Milano e nelle loro classi c’è una buona percentuale di bambini stranieri e “diversi”. E le classi sono miste: maschi e femmine. I nostri figli sono immersi nella diversità fin da piccoli. Gli uffici di molte grandi aziende metropolitane sembrano ancora più lontani da questa situazione. La persona di colore, per lo più, è ancora quella che arriva dopo l’orario di lavoro spingendo il carrello delle pulizie. Se andiamo più in alto, in un consiglio di amministrazione, la persona diversa è la donna giovane, bella, bionda e ben vestita che sistema le bottigliette d’acqua e le penne sul tavolo prima che inizi una riunione di uomini di mezza età. In molte aziende la diversità non è ancora veramente entrata. Nelle fabbriche sì.

Da molti anni si parla di diversity management. Diversity management significa saper accogliere e gestire le differenze, quelle per definizione immodificabili (etnia, genere, età) e quelle più occasionali (provenienza). Alcuni manuali di diversity management insegnano che «sviluppare la capacità di attrarre e trattenere impiegati di alto livello con diversi background è una delle ragioni più importanti per cui le imprese adottano politiche e pratiche di diversità». È un problema di reclutamento e, nello stesso tempo, di rapporto con il mercato: «Alcune imprese suggeriscono anche che aumentare i loro sforzi di reclutamento per raggiungere date comunità ha determinato un miglioramento nel rapporto con le comunità stesse a un livello molto più ampio».

Tutto questo è giusto e opportuno, poiché consente all’azienda di arricchirsi di talenti diversi che è capace di attrarre e di proporsi con più successo su mercati diversi, perché solo un insider riesce veramente a capire le esigenze di un determinato mercato. Purtroppo se si è uomini è difficile capire i bisogni femminili, a meno di non essere come il Mel Gibson del film What Women Want.

Ma pone anche alcuni problemi. Ne citerò due. Il primo problema è che accogliere la diversità non è solo conveniente: non ci stiamo dimenticando che è anche (e soprattutto) giusto? Non è quantomeno ambiguo considerare la diversità come una “risorsa”? Alcuni testi sulla diversità parlano addirittura dell’opportunità per l’azienda di dotarsi di un «diversity mix ottimale» (!). In questo approccio c’è qualcosa di strumentale. Non andrebbe dimenticato che quello della diversità (ma io preferisco dire dell’inclusione) è un problema etico serissimo prima che un problema di opportunità di business. Queste scelte devono essere veramente guidate dall’etica. I sostenitori del diversity management segnalano anche che una buona politica della diversità consente all’azienda di ottenere dei premi e così migliorare la sua reputazione di azienda etica. Qui non è questione di premi o di reputazione, è una questione di libertà delle persone.

Con la lente dell’etica, il problema della disuguaglianza sul posto di lavoro può essere compreso meglio: si tratta di non precludere a ciascuno la possibilità di essere e di fare quello che desidera essere e fare.

Per ottenere questo risultato bisogna arricchire il paniere della misurazione, utilizzare una base informativa più ricca. Le politiche sulla diversità propongono spesso azioni e interventi che non tengono conto delle sfumature: «Le valutazioni sulle performance sono effettuate indipendentemente dalla razza, etnia, colore della pelle, genere, religione…» Giusto, ma può non essere sufficiente enunciare principi, fissare quote o stabilire obiettivi di diversità; bisogna controllare anche se il clima sul lavoro è in sintonia con questi enunciati, se vi sono pregiudizi taciti, se il vissuto delle persone che fanno parte dell’organizzazione è un vissuto di inclusione o di esclusione.

Secondo problema: tutte queste politiche della diversità non tendono a schiacciare le persone nella loro diversità, a stereotiparle, quasi che una donna o un gay o un musulmano non cessino mai di essere tali, mentre possono essere anche un bravo manager, un esperto informatico, un blogger cool? Ti assumo perché sei una donna, un giovane, un cieco – o perché sei un bravo informatico o un esperto di marketing?

Questo non sarebbe giusto e non porterebbe all’integrazione. Amartya Sen ci ha ricordato che siamo diversi in molti modi diversi e che le nostre identità multiple possono essere un’arma formidabile per superare i conflitti identitari nelle società contemporanee. Questo approccio può essere illuminante anche in azienda.

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