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Kevin Kelly, ex direttore di Wired, ha postato recentemente un articolo importante su What Books Will Become nel suo blog The Technium. Kelly parte innanzitutto da una definizione del libro, problema non banale mentre le caratteristiche fisiche dell’oggetto (la carta, le pagine, la copertina) sembrano cessare di rappresentare attributi essenziali per la sua identificazione. Scrive Kelly:

Un libro è una storia, un’argomentazione o un corpus di conoscenza in sé concluso [self-contained] che richiede più di un’ora per essere letto. Un libro è completo nel senso che contiene in sé il proprio inizio, il proprio centro e la propria fine.

Questa definizione non ha solo il pregio di identificare il “libro” indipendentemente dal suo formato fisico, ma consente anche di superare insufficienze nomenclatorie del passato: esclude, infatti, oggetti che impropriamente sono equiparati ai “libri” fisici, come un elenco del telefono o un libro con le pagine bianche (su tale ambiguità gioca brillantemente il recente best-seller What Every Man Thinks About Apart From Sex).

Se invece le pagine del libro scompaiono, quel che resta del libro è la sua struttura concettuale. La domanda successiva è inevitabile: questa struttura concettuale, il “contenitore intangibile” che possiamo ancora chiamare libro, è destinata a diventare un fossile o offre ancora dei vantaggi rispetto alle molte e diverse forme alternative di testo disponibili nell’età digitale? Gli stessi testi “librari”, venendo meno il loro contenitore fisico, non tendono nella rete «a dissolversi in un groviglio indifferenziato di parole»?

L’utilizzo di dispositivi dedicati sembra avere qualcosa a che fare con la possibilità di continuare a identificare il “libro” come tale e nello stesso tempo apre scenari di lettura affascinanti. La tecnologia e-ink potrà applicarsi a supporti di misure e forme diverse (fino a piccoli display che mostrano una sola parola per volta), da tablet di varie dimensioni a schermi sottili e flessibili simili all’attuale carta, ripiegati come gli odierni giornali o magari rilegati e tenuti insieme da copertine di varia foggia e materiale, a imitazione di belle edizioni cartacee capaci di modificare il proprio contenuto con un semplice clic. Un e-book potrebbe essere venduto accompagnato dalla raccomandazione su quale tipo di reader utilizzare per la migliore visualizzazione, ma anche proiettato con un microdispositivo laser su qualunque superficie disponibile.

Di più, nota Kelly, se leggiamo un libro guardando uno schermo digitale, lo schermo può guardare noi, e può reagire in maniera adattiva alla nostra lettura, modificandosi in base alla velocità con cui leggiamo, alle aree del testo su cui ci soffermiamo, o a mille altre sfumature. Dal testo adattivo all’opera aperta la cui trama è decisa dal lettore il passo è breve: l’idea di romanzi con plot o finali alternativi, che finora non ha preso piede ma si è affermata con forza nei videogames, potrebbe tornare in futuro di attualità.

Altro campo tutto da esplorare sarà quello dei libri con immagini in movimento, nuovi oggetti ibridi che renderanno necessario

un intero set di strumenti che oggi non abbiamo. Al momento è difficile sfogliare immagini in movimento, analizzare un film, annotare un fotogramma. Idealmente vorremmo avere lo stesso potere, la stessa facilità e lo stesso agio di manipolare le immagini in movimento che abbiamo quando manipoliamo un testo; vorremmo poterle indicizzare, citare, tagliare e incollare, riassumere, riportare, linkare e parafrasarne il contenuto. Una volta che avremo conquistato questi strumenti (e queste capacità) potremmo creare una classe di libri altamente visuali, ideali per la formazione e l’istruzione.

Questi sviluppi (non troppo futuribili) riportano alla domanda di partenza: che cos’è un libro? Innanzitutto, secondo Kelly, il libro digitale è destinato a diventare «un flusso più che un artefatto», un testo cui avere accesso più che un oggetto da comprare. E sebbene nella fase attuale i «custodi del mercato» cerchino in tutti i modi di difendere la logica dell’“acquisto” (e quindi di impedire la copia e la manipolazione del testo), la «liquidità degli ebooks» è destinata ad avere alla fine la meglio.

Annotare, segnare, sottolineare, fare le orecchie, inserire riferimenti incrociati e hyperlink, riassumere, condividere, commentare dovranno essere attività tipiche della lettura digitale. La lettura è destinata a diventare sempre più un fatto sociale. Vorremo condividere reazioni e commenti a un libro letto, collegare fra loro passaggi di libri diversi (o di libri e di film), leggere le glosse di altri lettori (potremo persino volerci “abbonare” alle glosse di lettori influenti). Ogni libro potrebbe diventare un “network” ben più complesso di quanto non possa esserlo già oggi: in fin dei conti è da sempre possibile in un libro “linkare” il titolo di altri libri o riportarne brani, ma le possibilità aperte dal testo digitale sono ben maggiori. Basti pensare a Wikipedia e immaginarla come un unico enorme libro fitto di hyperlink per farsi un’idea di che cosa potrebbe diventare in futuro, potenzialmente, ogni libro in un’unica sterminata biblioteca universale.

Crescerà, secondo Kelly, l’importanza della scrittura collettiva (ogni libro che rimanga privo di un network di commenti, discussioni, riferimenti collettivamente elaborati sembrerà povero e nudo); l’accesso ai libri sarà facile e per lo più gratuito o reso possibile da canoni di abbonamento, ma in mezzo a un’offerta sterminata sarà difficile trovare i libri; di qui il valore del network come strumento per avvicinare libri e lettori. E il libro con il suo network, le sue versioni preparatorie e i suoi aggiornamenti e commenti diventerà un’opera aperta in continua evoluzione.

Ha senso, conclude Kelly, continuare a chiamare libri questi oggetti?

È possibile che in futuro l’unità della biblioteca universale non sia più il libro, ma la frase, il paragrafo, o il capitolo? Certo che è possibile. La forma lunga, però, ha una sua forza. Una storia in sé conclusa, un’unità narrativa o un’argomentazione sviluppata fino in fondo esercitano su di noi una strana attrazione. Possiedono una naturale risonanza che disegna intorno a loro una rete. Possiamo scomporre i libri nei tanti pezzetti che li compongono e ricucire questi ultimi nel web, ma il più alto livello organizzativo del libro continuerà ad essere il centro dell’attenzione, la risorsa scarsa delle nostra economia. Un libro è un’unità di attenzione. Un fatto è interessante, un’idea è importante, ma solo una storia, una buona argomentazione, una narrazione ben congegnata ci colpiscono in modo indimenticabile. Come ha detto Muriel Rukeyser, «l’universo è fatto di storie, non di atomi».

Molte attenzioni sono oggi rivolte al confronto fra gli ebook readers, alla ricerca dell’oggetto che consenta la migliore esperienza di lettura e nello stesso tempo “contenga” gli ebook che “compriamo”. La seconda preoccupazione, secondo Kelly, è destinata a venir meno. Nell’arco di 10-20 anni non compreremo più singoli libri (né singole canzoni o singoli film), ma avremo accesso, pagando un canone, alla possibilità di “prendere a prestito” il testo che ci serve. Quello che ci servirà veramente, conclude Kelly, sarà un dispositivo di lettura che consenta di dedicare a un libro la giusta attenzione. Come sarà fatto questo dispositivo, è ovviamente tutto da definire.

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Ebbene sì, è una rivoluzione. Era stata annunciata dieci anni fa, ha tardato ad arrivare, ma alla fine si farà: il passaggio all’editoria digitale è cominciato a gran velocità. È un passaggio difficile da decifrare, con molte facce e anche con molti falsi miti.

È una rivoluzione tecnologica pari all’invenzione della stampa a caratteri mobili. Forse anche più importante: se non altro perché il numero di esseri umani che coinvolge è incomparabilmente maggiore. Si dice che stravolgerà il settore per le mirabolanti efficienze che consentirà. Ma l’invenzione della stampa a caratteri mobili non comportò solo un profondo riorientamento dei processi di produzione e distribuzione dei libri, una diminuzione dei tempi e dei costi di realizzazione, uno straordinario guadagno di efficienza. Cambiò completamente la storia della cultura, il modo di produrre e di leggere testi scritti. Significò la disponibilità su larga scala di testi che in precedenza erano disponibili solo ad élites, e a costi superiori. Il testo fu “disponibile”, “riproducibile”, a portata di mano; divenne “per tutti” e perse l’aura di cui godeva. Dal dominio del principio di autorità, il mondo passò all’era del pensiero critico. Il testo non fu più “compitato”, ma criticato: si smise persino di leggerlo ad alta voce, come in un rituale, e si imparò a studiarlo in silenzio per comprenderlo, analizzarlo, valutarlo.

Che cosa succederà stavolta, dopo la rivoluzione? Io ho il sospetto che il futuro non sarà degli e-books, ibrida imitazione digitale dei libri stampati. Ma che avrà una faccia molto diversa. Agli albori dell’automobile, le prime vetture parevano carrozze senza più i cavalli davanti. Poi l’automobile prese una sua forma, diversa dal calesse. Così succederà anche ai libri digitali.

Alcuni segni si intravedono già. Il testo a stampa era per natura finito. Veniva scritto, perfezionato, editato, “finito di stampare” e consegnato alla posterità in una versione perfetta e congelata. Il testo digitale è potenzialmente sempre modificabile, “opera aperta”. Il modello c’è già: è Wikipedia. Un’enciclopedia aggiornata in tempo reale.

La bibliografia di un saggio potrà essere costantemente aggiornata, anzi aggiornarsi automaticamente collegandosi con le banche dati librarie internazionali. Cliccando su una citazione sarà possibile portarsi immediatamente nel testo in questione, per consultarlo interamente. Un romanzo potrà cambiare continuamente finale, a seconda dei gusti del pubblico. Un libro potrà essere fatto di testo, di video, di immagini, magari – tra poco – di profumi o di ologrammi tridimensionali.

È difficile capire dove ci porteranno questi cambiamenti. Il tema davvero interessante, nel passaggio ai libri digitali, non è lo standard tecnologico, non è la guerra tra Kindle e iPad; è capire come cambieranno i comportamenti di chi legge – e anche quelli di chi scrive. Io credo che si tratterà di stare vicini ai cambiamenti, di usarli man mano che si presentano senza andar dietro alle mode. Di non perdere di vista il fatto che il valore è la cultura, non la tecnologia: e qui siamo tutti impegnati nella produzione e nella trasmissione della cultura. Di ricordarsi che le tecnologie sono straordinariamente utili, ma nessuna tecnologia può produrre un avanzamento della ricerca. La ricerca è una cosa terribilmente umana, e ogni suo faticoso passo avanti, per quanto possa essere aiutato dalla tecnologia, è il frutto di un duro lavoro di spremitura di cervelli, nella solitudine della propria stanza o nel fecondo ambiente di un gruppo di lavoro, ma pur sempre un gruppo di cervelli umani.

E quindi bisogna anche fare in modo che la gente non perda l’abitudine a spremersi il cervello, non pensi che la priorità sia l’ultimo gadget tecnologico e che tutto il resto venga facile.

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