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Le considerazioni sul rapporto con la diversità includono normalmente anche le donne, ma il tema merita qualche considerazione a se stante.  Le donne sono il 60% o più delle persone laureate. Governano l’80% delle decisioni di spesa. Come si può continuare a considerarle una “diversità”? Da che cosa le donne dovrebbero essere considerate “diverse”? Il concetto di diversità forse è un eufemismo per minoranza svantaggiata. Ma le donne non sono nemmeno più una minoranza.

Eppure ci sono ancora delle difficoltà. Avivah Wittenberg-Cox in Rivoluzione Womenomics cita il caso di una grande azienda che non sospetta di nutrire pregiudizi di genere, ma inconsapevolmente redige annunci di ricerca di personale per una posizione di segreteria che iniziano a descrivere il profilo richiesto con le parole «La candidata…» Anche i prodotti sono ancora progettati in chiave molto “maschile”: è sempre di Wittenberg-Cox l’osservazione che quasi tutte le donne guidano l’auto, ma non esistono auto con un posto dove riporre la borsetta.

Credo non vada dimenticato che il primo problema ancora non risolto è un grave problema di giustizia, di equità, di libertà. Specialmente in tempi di crisi le donne sono tra le persone maggiormente esposte alla perdita del posto di lavoro e su di loro pesa ancora oggi la doppia fatica della gestione del proprio lavoro e della famiglia. Gli interventi che possono mettere in condizione le donne di raggiungere una parità non di opportunità, ma di reale ed effettiva libertà di perseguire un progetto di vita professionale, sono ancora all’ordine del giorno, e passano anche attraverso una riorganizzazione dei doveri di cura all’interno delle famiglie.

Avivah Wittenberg-Cox ha sostenuto che una maggiore inclusione e integrazione nel contesto lavorativo può essere favorita dall’acquisizione di un “bilinguismo di genere”. È un concetto interessante, perché fa riflettere sul fatto che un aspetto non marginale della questione della diversità (non solo tra uomini e donne) è “capirsi”.

Forse per consentire di “capirsi” la formazione può fare molto. Martha Nussbaum ha dimostrato che la capacità di “immedesimarsi nell’altro” è fondamentale per superare i conflitti a base identitaria nelle società multietniche. Quando sono capace di immedesimarmi nel destino di un’altra persona o di un altro gruppo, non posso fare questa persona o questo gruppo oggetto di disprezzo o di violenza.

E qui c’è forse una lezione per la formazione. Nussbaum ritiene che la capacità di immedesimarsi nell’altro possa essere sviluppata coltivando l’immaginazione narrativa, che si nutre di cultura umanistica. La “narrazione”, la lettura di “storie” è un elemento fondamentale per formare persone capaci di immedesimarsi nell’altro. Al contrario, la caduta in modelli didattici e formativi tecnocratici annulla questa capacità. Può darsi che la formazione possa tenerne conto e che tecniche come quelle del teatro, della lettura, della narrazione possano essere più utili di alcuni strumenti di diversity management.

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